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7 mar 2022

[Recensione] Harmony - La trilogia di Project Itoh, pt. 3

(<harmony/> ハーモニー, 2015)
 

A chiudere il trittico di opere animate ispirate ai romanzi di Project Itoh, dopo L'Impero dei Cadaveri e L'Organo Genocida, parlo di <harmony/>,  il secondo in ordine di pubblicazione sia come film che come libro. Del resto, in un trittico non è forse la parte centrale quella più importante, quella che lega e arricchisce di senso le due ali? 

Mezzo secolo dopo il Grande Cataclisma nucleare che ha sconvolto il mondo, le civiltà avanzate stanno cercando di costruire una società totalmente sanitizzata, in cui ogni essere umano sia costantemente monitorato da un impianto cibernetico iperconnesso che ne segue lo stato psicofisico per garantirne la salute. Come risultato, la malattia e persino la vecchiaia sono stati quasi sradicati dal Giappone, ma insieme a loro è sparita l'autonomia dell'individuo sul proprio corpo e sul proprio egoismo.
Kirie Tuan è un'ispettrice dell'OMS (che l'adattamento italiano si ostina a tradurre come Daboliù Eic Oh, come se non fosse un'organo realmente esistente, ma tralasciamo), reduce di un tentativo di suicidio di gruppo in gioventù nel quale morì la sua """""""""""""""amica
""""""""""""""" Miach Mihie. Tuan, come Miach prima di lei, si oppone a questo mondo e cerca di ritagliacisi degli spazi di autonomia. Un giorno, però, richiamata nel suo odiato Giappone, assiste a un evento traumatico: migliaia di persone, di punto in bianco, si suicidano tutte insieme. L'OMS si prende in carico l'indagine su quale falla del sistema informatico sia stata usata per commettere questo atto, ma per Tuan essa altro non è che un modo per risalire alla verità su Miach e sul misterioso progetto "Harmony".

Fra cospirazioni e gruppi segreti, quello che emerge è un curioso misto fra Demolition Man, Evangelion, Psycho-Pass e Deus Ex che riesce ad essere intrigante da morire pur non avendo una sola idea originale in corpo. Innanzitutto perché la regia è ottima: nonostante un'animazione a tratti martoriata da un abuso di CGI, riesce a trasmettere un senso di malinconia opprimente ed onnipresente che ben rispecchia lo stato d'animo della protagonista, e a rendere la storia fra Miach e Tuan tanto inquietante quanto sorprendentemente dolce. Una nota di merito, qui, va anche al doppiaggio italiano, che sulle due protagoniste è perfettamente on point. In secondo luogo, grazie al setting, che dietro all'apparenza di essere semplicemente una versione sanitaria del surveillance state americano delinea invece una critica spietata della società giapponese: gentilezza e cortesia come ragione d'essere, completa dedizione all'umano come essere comunitario a totale scapito dell'individuo, alto tasso di suicidi da parte di giovani che, piuttosto che vedersi sottratte la propria individualità e il proprio stesso corpo da una società "iper-gentile", si tolgono la vita appena prima di raggiungere l'età adulta, fintanto cioè che «il nostro corpo è solo nostro, e noi siamo solo noi».

L'avanzare della trama non è privo di forzature e accelerazioni indebite, si sente in molti punti un tragico bisogno di approfondimento della psicologia dei personaggi (dovuto, chissà, più all'adattamento che al materiale di partenza?), ma ciò nonostante proprio le due protagoniste riescono a reggere la storia con il loro carisma e con il mistero sulle loro motivazioni. C'è molta creatività nel design del mondo (scelta interessante il fatto che sia tutto rosa e fatto di forme arrotondate, dando agli edifici un'aria un po' a metà fra casa delle Barbie e dei dildo giganti) e dei personaggi, anche laddove non ce n'è nella trama. A quest'ultima, però, devo dar credito per il coraggio di essere andata fino in fondo con il decadimento apocalittico del mondo, fino a un finale che, dopo un momento prevedibile nella sua tragicità ma perfettamente sensato dal punto di vista emotivo, oserei definire "uno Human Instrumentality Project che non ha smesso di crederci".

Il motivo per cui ho trattato il film "di mezzo" come conclusione della trilogia di Project Itoh è che, curiosamente, secondo me funziona perfettamente come terza visione della trilogia, in quanto costituisce un punto d'incontro e di raccordo fra i nuclei tematici degli altri due:

  • Come Cadaveri, ha come motore dell'azione dei protagonisti un amore omosessuale (più esplicito qui). 
  • Come Organo, è ambientato in un mondo che ha elaborato una soluzione estrema come reazione a un periodo di terrore e morte.
  • Come Cadaveri, ha come fulcro della cospirazione dietro le quinte un progetto per  
  • Come Organo, ha come aspetto fantascientifico del suddetto piano un meccanismo di manipolazione del cervello che si basa sul potere del linguaggio e di altri meccanismi neurologici innati. 
  • Come Cadaveri, ragiona su dove sia l'essenza naturale dell'uomo in un mondo in cui la tecnologia progredisce sempre più in profondità nel suo stesso corpo. 
  • Come Organo, presenta una estremizzazione trans-umana di un aspetto di una società avanzata (individualismo, consumismo e sorveglianza negli Stati Uniti; comunitarismo, salute e dedizione al dovere in Giappone) e la mette in contrasto con la situazione in società meno ricche. 
  • Come entrambi, si chiede quale prezzo si sia disposti a pagare per la pace della propria società, quali libertà si sia disposti a sacrificare per averne in cambio altre. 
  • Come entrambi, ha Akio Ootsuka in una particina di poche battute, e qualcuno 'sta cosa me la dovrà spiegare prima o poi. 
  • Come entrambi, ha il character design di Redjuice (qui lasciato totalmente a briglia sciolta) e la canzone finale melensa degli Egoist MALEDETTI SUPERCELL QUESTI ERANO GLI ULTIMI ANNI DEL VOSTRO REGNO DI TERRORE

OK, adesso che il discorso sui film è concluso, forse è il momento di spiegare questo mio rapporto di odio-amore con i supercell e gli Egoist in particolare. Vedete, i supercell sono un gruppo originariamente indie di vari artisti, che da un certo punto della loro carriera sono esplosi avendo trovato la propria nicchia di successo nel mettere mano in anime pretenziosi che si credono di essere molto più di quanto sono in realtà, a partire da Bakemonogatari. (Ché se il genere "anime pretenziosi che nascondono un contenuto di fanservice insignificante dietro una facciata di dialoghi verbosi e regia ultra-ricercata" fosse una pagina Facebook, Bakemonogatari ne sarebbe l'immagine di profilo e di copertina.) Poi, in Guilty Crown: l'anime che a un certo punto ha conquistato il mondo degli otaku zuenotti dei primi anni '10, pubblicizzato e glorificato ovunque anche se era un collage raffazzonato di idee copiate male da Evangelion e da Code Geass, prima di sparire nell'abisso del dimenticatoio della storia da cui non sarebbe mai dovuto uscire. Anime che io all'epoca fui costretto a guardare fino alla fine anche se mi faceva cagare perché scrivevo recensioni per un sito (poi, fortunatamente, defunto). 

Ebbene, gli Egoist erano un gruppo musicale fittizio all'interno del suddetto collage raffazzonato di idee copiate male. Un gruppo che, chiariamoci, non aveva la minima ragione di esistere all'interno di quella storia (Inori, la cantante, data la sua backstory, non avrebbe avuto alcun motivo di farne parte), e che viene giusto nominato tipo tre volte nella prima puntata e basta. Eppure, Ryo dei supercell e 'sta cazzo di cantante ragazzina giovanissima che piagnucola nel microfono, con le loro canzoni tutte uguali, hanno continuato a usare quel nome lì come "progetto parallelo" da quel momento in avanti, specializzato in sigle di animepretenziosichecredonodiesseremoltodipiùdiquantosiano, continuando così a ricordare al mondo e a me in particolare dell'esistenza di Guilty Crown in quello che, per circa mezzo decennio, sembrò al sottoscritto un onnipresente impero del male, che mi trovavo davanti in continuazione.

E questo era l'odio.

L'amore è che quelle canzoni mi piacciono. Mi piacciono pure parecchio. Kimi no shiranai monogatari mi ha accompagnato tanto in un brutto periodo della mia vita, e se dicessi che non mi ha fatto piangere mentirei spudoratamente.. La cantante (sia Koeda, che si unì al gruppo quando aveva solo 15 anni, sia Chelly, la seconda metà degli Egoist) ha un range e un'espressività emotiva davvero incredibili. Ryo, il compositore principale, ha uno stile immediatamente riconoscibile anche se molto ripetitivo. Il character design di redjuice, anche se è tipo la cosa più anime-in-senso-cattivo che abbia mai visto (come cazzo si vestono Inori e Tuan, seriamente?), è almeno uno dei pochi rivoli sprizzanti in un periodo di siccità creativa. In nuce, rappresentano per me quello che l'universo cinematografico Marvel rappresenta per il cinema: il trionfo di una banalità assoluta, ripetitiva, commerciale, confusionaria eppure con un'identità ben precisa, che permea tutto ciò che una volta amavi con una versione esagerata e sintetica di quelle stesse emozioni che una volta ti dava, che si prende e si fa prendere decisamente troppo sul serio, ma che pur è fatta talmente bene, dal punto di vista tecnico e del talento che vi è coinvolto, che non riesce a non prenderti; che puoi parlarne male quanto vuoi, ma ti piace, e ti continuerà a piacere.

Quindi sì, lo ammetto. Tutte e tre le canzoni di chiusura della trilogia di Project Itoh sono molto belle. Anche se sono perfettamente identiche a qualunque altra canzone degli Egoist.

 
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. 
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
 

28 feb 2022

[Recensione] L'Organo Genocida - La trilogia di Project Itoh, pt. 2

(虐殺器官 Gyakusatsu kikan, 2017)

La scorsa volta ho parlato del primo dei tre film tratti dai principali romanzi del defunto Project Itoh. Questa volta, vorrei osare andare fuori ordine e, voltandomi alla sinistra del trittico, parlare invece del terzo film, L'Organo Genocida appunto, l'ultimo ad uscire dopo un travagliato palleggio della produzione fra Manglobe e Geno Studio. Curiosamente, questo ultimo film è tratto dalla sua opera prima: una storia di spionaggio sci-fi situata ad affascinante punto d'incontro fra la linguistica chomskiana, quel film con Nicolas Cage che fa il trafficante d'armi, e tutta una serie di robe prese di peso da Metal Gear Solid. E risulta non solo più emozionante, ma anche tematicamente molto più pregnante.

In un mondo sconvolto prima dagli attentati del 2001 alle Torri Gemelle e poi dalla distruzione di Sarajevo con una bomba nucleare nel 2015, le nazioni occidentali vivono libere dalla minaccia e dalla paura del terrorismo grazie ad un surveillance state onnipresente, che utilizza avanzati sistemi informatici di identificazione individuale e un diffuso sistema di propaganda (l'ho già detto che Itoh era molto amico di Hideo Kojima fin dal 1998?). Nello stesso momento, però, nelle nazioni povere sembra essere scoppiata una vera e propria epidemia di guerre civili (l'ho detto che Itoh ha cominciato scrivendo fanfiction di Metal Gear Solid?). A Shepard, un soldato di un'unità informativa del Pentagono costituita da super-soldati condizionati per sopprimere le emozioni in battaglia (l'ho già detto che Itoh ha scritto anche la novellizzazione di Metal Gear Solid 4?), è affidato l'incarico di catturare John Paul, una misteriosa figura che sembra essere dietro a tutti questi genocidi.

Quel che segue è un balletto fra scene d'azione splendidamente animate e dialoghi filosofici sulla natura dell'uomo, dei conflitti e della libertà, dal quale emerge un nucleo tematico sorprendentemente ricco e pregnante. Oso dire, ancora più pregnante oggi che nel 2007, quando fu scritto (l'ho già detto che Itoh e Kojima erano talmente amici che Kojima sfidò gli ordini della Konami pur di fargli avere in anteprima informazioni su Metal Gear Solid 2, visto che sembrava che Itoh potesse non sopravvivere abbastanza per vederlo?).

La storia procede spedita, con una regia tutt'altro che banale ma sempre chiara. Le scene d'azione hanno quel perfetto tono di impietosa violenza (quasi gore, a tratti) ma di fredda "professionalità", tali da essere coinvolgenti senza glorificarsi, ma anzi trattando anche i momenti più disturbanti, come lo sterminio di una squadra di bambini-soldato (l'ho già detto Itoh ci teneva così tanto a Metal Gear Solid che Kojima gli mandava notizie sullo sviluppo di Peace Walker, quand'era ormai in punto di morte? E che Peace Walker è stato dedicato a lui?), con la stessa assoluta neutralità con cui li trattano i soldati stessi. Ed è proprio nel contrappunto fra la fredda nonchalance delle scene belliche e spionaggistiche e l'intensa brutalità verbale dei dialoghi filosofici che, a mio avviso, nasce l'aspetto più interessante del film, come emerge da una manciata di scene.

In primis, la scena in cui Shepard incontra un gruppo ribelle di Praga, il cui leader gli fa un discorso assolutamente sensato sul fatto che la libertà sia un continuo scambio fra libertà opposte (oh ma guarda un po'...) e che la sicurezza del mondo occidentale sia basata sul nascondere gli orrori che vengono perpetrati altrove per garantirne la prosperità, chiamando in causa non solo l'intero sistema dell'informazione borghese ma anche l'intero sistema del capitalismo globalizzato.

Poi, il filone per cui, partendo dalla teoria di Chomsky per cui ci debba essere un elemento organico nel cervello umano naturalmente dedicato alla formazione del linguaggio, si ipotizza una sorta di "grammatica universale" capace di influenzare in maniera primigenea gli esseri umani ad abbandonare le restrizioni di tipo etico, e che possa quindi essere usata per spingere interi popoli a giustificare l'odio, la violenza, persino il genocidio. Tema, questo, che si riconnette non solo all'ascesa degli orrori dittatoriali del XX secolo, ma anche (decisamente più in piccolo) a quello dei populismi di stampo trumpiano\salviniano\berlusconiano\renziano\putiniano\orbaniano, che proprio tramite il linguaggio, la scelta (spesso perfettamente deliberata) della grammatica prima ancora che il contenuto delle parole, influenzano interi popoli. Questo filone tematico contiene alcune inesattezze storiche nel film, ad esempio nel suo classificare le stragi staliniane e l'Holomodor come "genocidi", ma tralasciamo.

Infine, l'amara considerazione che le motivazioni del villain,  al netto delle esagerazioni ovvie in un'opera di finzione, non sono poi così diverse da quanto il mondo capitalista-imperialista fa realmente, oggi come ieri. L'idea del villain di "sacrificare" intere nazioni povere in un susseguirsi di guerre civili in modo che le tensioni di coloro che sono esclusi dalla prosperità occidentale si sfoghino lì, lontano da quel modo di vivere reso sicuro al caro prezzo del sacrificio di così tante libertà, allo scopo di salvaguardarlo dal terrorismo e dal conflitto.

Chiudo con una nota riguardo il comparto audio, che vanta la presenza di Takahiro Sakurai (non potevi che essere tu il villain, appena ho visto il design del personaggio già sentivo la tua voce <3) e di Yuki Kaji, evidentemente complice della canzone finale degli Egoist e del chara design di Redjuice nel ricordarmi dell'esistenza di Guilty Crown. Un doppiatore bravissimo per sempre rovinato, nella mia mente, dall'essere associato ad uno degli anime che più odio. Infine, degno di nota anche il cameo (di nuovo) di Akio Ootsuka, voce storica di Solid Snake. L'ho già detto che a Itoh Metal Gear Solid piaceva veramente tanto?

Immagine reale del sottoscritto che riconosce gli Egoist nella sigla finale.

21 feb 2022

[Recensione] L'Impero dei Cadaveri - La trilogia di Project Itoh, pt. 1

Il romanziere giapponese Satoshi Itō, famoso col bizzarro nome d'arte di Project Itoh, è quel tipo di scrittore la cui stessa vita sembra fatta apposta per essere rappresentata su un palcoscenico. La sua carriera letteraria, stroncata nel 2009 da un tumore combattuto a lungo, era iniziata davvero solo nel 2006, quando era già malato, ma la manciata di romanzi fantascientifici di cui è stato autore (insieme a essay, recensioni e storie brevi) gli sono bastati ad assurgere ad uno dei nomi più amati del panorama contemporaneo nipponico. Amico di lunga data del game designer il Maestro Hideo Kojima, fra le sue opere si annovera anche la novellizzazione di Metal Gear Solid 4.

All'inizio degli anni '10, il blocco di programmazione noitaminA promosse la realizzazione di una trilogia di film anime basati sui suoi romanzi principali. Più che una trilogia, un trittico, in quanto le tre opere sono del tutto slegate fra loro ma, messe fianco a fianco col beneficio del senno di poi, costituiscono un interessante quadro complessivo nel quale un gioco di rimandi e analogie fa emergere una serie di fili tematici totalmente diversi nell'esecuzione ma sorprendentemente simili nelle riflessioni che sembrano voler indurre, e che quindi riescono a tracciare un tutt'uno sorprendentemente completo della poetica del defunto scrittore.

(屍者の帝国 Shisha no teikoku, 2015)

Il primo di questi film, che mi piace immaginare sul lato destro del trittico, L'Impero dei Cadaveri appunto, è ironicamente tratto dal suo ultimo romanzo, completato e pubblicato postumo. Si nota, in effetti, l'esame di un tema probabilmente molto "vicino" a una persona che sa essere ormai prossima alla morte, accompagnato da una profonda malinconia sottostante. La cosa che per prima salta all'occhio di questa storia gotica-cyberpunk, però, è come la stragrande maggioranza dei suoi elementi sia in realtà presa di peso dalla letteratura e dalla storia ottocentesca: in un passato alternativo in cui gli studi del dottor Victor Frankenstein (sì, quel Frankenstein) hanno permesso la diffusione su scala globale di una tecnologia in grado di rianimare i cadaveri, sostituendo i "ventuno grammi dell'anima" con un elemento artificiale, il benessere del mondo occidentale è ormai interamente basato sul lavoro di questi "zombie", che non possiedono ragione, linguaggio o alcun ricordo della loro vita ma si prestano perfettamente ad essere usati come lavoratori e soldati. A Londra, lo studente di medicina John Watson (sì, lui) sta conducendo ricerche illegali per replicare il successo di "The One", la creatura di Frankenstein, l'unico cadavere rianimato ad avere un'anima, allo scopo di resuscitare Friday, il suo """"""""""""""""amico""""""""""""""" ricercatore recentemente scomparso. Le sue ricerche attirano l'attenzione dei servizi segreti inglesi e del loro capo, il misterioso "M" (la cui segretaria sta in un ufficio identico a quello di Moneypenny e si chiama Moneypenny stando ai titoli di coda, e voglio sia messo a verbale che guardando il film ho colto la citazione ben prima che la esplicitassero), che lo recluta per mandarlo in Afghanistan a recuperare quella che è al tempo stesso la chiave per le sue ricerche e un oggetto dal valore geopolitico infinito: gli appunti originali di Frankenstein, recentemente rubati dallo scienziato russo Karamazov. 

Con l'aiuto della guardia del corpo Burnaby, da qui parte un roller coaster di azione, avventura, discorsi filosofici e un po' di gore che porta Watson, Burnaby, Friday e la bella Hadaly Lilith (un ginoide inventato da Thomas Edison che poi si farà chiamare Irene Adler, per qualche motivo) in giro per il mondo per sventare due opposte cospirazioni.

OK, giusto per completare il quadro e perché non riesco più a prendere la cosa sul serio, interrompo la sinossi per elencare l'insieme di altri nomi noti che per ragioni a me totalmente incomprensibili cicciano fuori per tutta la durata del film: l'ex presidente americano Ulysses Grant, il generale giapponese Seigo Yamazawa, la compagnia chimica Osato, la macchina analitica di Babbage, Sherlock Holmes, e letteralmente il Nautilus. Sarò perfettamente sincero, non riesco proprio a capire il senso di questo potpourri di figure storiche e letterarie della letteratura inglese ottocentesca, perché non mi sembra aggiungere nulla tematicamente né contestualmente e anzi l'ho trovato un'inutile distrazione (e un inutile ricordo dell'esistenza di League of Extraordinary Gentlemen). Forse perché il richiamo iniziale a Frankenstein ha richiesto di rendere anche altre figure letterarie "reali" in quell'universo? Non lo so. Però boh, va bene così immagino.

Dicevo, il roller coaster. Un roller coaster che funziona bene momento-per-momento, anche grazie ad un'animazione di altissimo livello da parte del Wit Studio e un cast di doppiatori eccellente sia in giapponese (Kana Hanazawa, Daiki Yamashita, un cameo di Akio Ootsuka) che in italiano (Pietro Biondi, Gianfranco Miranda). Palleggia con maestria scene d'azione avvincenti, momenti di inquietudine gotica, la suspanse per il disvelarsi progressivo dell'intreccio, e anche l'aspetto emotivo-sentimentale su Watson, Friday e Hadaly: alcune scene di Friday, in particolare, sono semplicemente strazianti, e se lo spettatore le collega anche all'idea che sono state scritte da un uomo conscio di essere prossimo alla fine dalla propria vita assumono un peso ancora maggiore. Ah, l'ho già detto che il legame omosessuale fra Watson e Friday è letteralmente a una parola dall'essere esplicito?

Ma pecca di una certa incoerenza tematica e di più di un salto logico che mette a repentaglio la sospensione d'incredulità. Soprattutto dal momento in cui l'aspetto fantascientifico\cyberpunk (con un vago elemento di misticismo) viene totalmente abbandonato, in favore di elementi di pura magia senza spiegazioni, in una serie di sequenze e di elementi visivi che sembrano presi di peso da Guilty Crown (un anime che al solo nominarlo mi triggera reazioni istintive di fastidio e odio). Chissà, forse questo dipende dal fatto che il romanzo sia stato completato da Tō Enjō dopo la morte di Itoh, che potrebbe non aver colto appieno le intenzioni dell'autore originale. Oppure, a me piace pensare che, almeno dal punto di vista estetico, un po' di colpa ce l'abbia il coinvolgimento dei Supercell (in questo come negli altri due film), con redjuice al character design e i cazzo di Egoist alla canzone finale. 

(Ah, i Supercell! I miei vecchi arcinemici! Dio benedica la fine del loro dominio di terrore sul mondo degli anime pretenziosi!)

Voglio essere del tutto sincero su questo film. Non ho capito alcuni sviluppi di trama. Non ho capito in che modo dovrebbero funzionare i piani dei villain. Non ho capito che diamine cercassero di fare i fratelli Karamazov. Non ho capito perché a un certo punto siano usciti i cristalli di Guilty Crown da tutte le parti. Non ho apprezzato la piccolezza quasi meschina delle motivazioni di alcuni personaggi. Tuttavia, mi sembra di cogliere, nell'abuso della tecnologia dei cadaveri come base dell'economia globale, un riferimento al colonialismo e/o a quelle dinamiche di sfruttamento che, oltre a costituire il prezzo del benessere del mondo moderno, ne sono anche il principale punto di fragilità; ma il tema sembra buttato lì, superificiale, e sospetto di essere solo io a vedercelo.

Propone anche, attreverso lotta fra le due opposte cospirazioni, un'alternativa fra due possibili visioni estreme di mondi futuri, fra due possibili vie d'uscita dalla matassa di quel mondo solo superficialmente diverso dal nostro (che mi hanno ricordato un po' l'alternativa fra due dei finali di Deus Ex: Invisible War, per qualche motivo), ma anche quel tema sembra comparire dal nulla e poi nel nulla cadere. Come se Enjō avesse infilato a forza qualche trope caro a Itoh prendendolo da altre sue storie.

Insomma, per quanto io non possa assolutamente dire che non mi sia piaciuto, non ho capito dove volesse andare a parare. Né se volesse effettivamente andare a parare da qualche parte.

31 mag 2019

[Commenti] School Days - Il sottile confine fra trash e genio

(スクールデイズ Sukūru Deizu, 2007)
School Days è un anime trash. Non c'è altro modo per definirlo con altrettanta efficacia. Quel trash buono, però, godibile proprio nella sua stupidità, e a cui alla fine ripensi chiedendoti se, in fondo in fondo, qualcosa da salvare non ci sia.

Appartiene a quella categoria di opere note più per il loro finale a sorpresa che per qualunque altra cosa, quindi non potrò esimermi dal farvi qualche accenno; cercherò di coprire gli spoiler più massicci, ma qualcuno dovrete concedermelo. Del resto, se decidessi di purgare qualunque riferimento agli sviluppi più avanzati della trama , cosa rimarrebbe di School Days?

Heh.

Una rom-com scolastica che parte col più tipico degli scenari di triangoli amorosi: Makoto, un protagonista maschile impacciato, è innamorato della bella timidona di turno (Kotonoha), ma viene aiutato ad approcciarsi a lei da un'amica più spigliata ma a sua volta segretamente innamorata di lui (Sekai). Un anime, peraltro, tratto da  una visual novel eroge. Insomma, roba che non meriterebbe un secondo di attenzione nemmeno se non fosse così brutto: disegnato malissimo, animato peggio, pieno di fanservice squallido e gratuito (cosa che comunque non mi ha impedito di dire un "grazie" ad ogni inquadratura dei sederi o dei seni o dei piedi delle ragazze).

Dove nasce, allora, l'interesse che mi ha fatto decidere di guardarlo e addirittura di scriverne? Sembra strano a dirsi, ma nasce nel momento in cui l'anime degenera. Quando i personaggi iniziano a compiere una decisione stupida dopo l'altra, quando il fastidio e il cringe sfumano per far spazio a un disagio dilagante, e quando il tono generale passa da commedia romantica a tragedia in preparazione. In pratica, quando alcuni di quei trope iniziano a essere presentati non più come qualcosa di buffo, caricaturale, tutto sommato innocente, ma a essere presi sul serio e portati all'estremo.

Mood all'inizio.

School Days cammina su quella difficilissima linea fra il trash e il genio, lo squallore e l'originalità. Se animazione, chara design, personaggi e sceneggiatura sono di livello veramente basso (con i protagonisti in particolare che sembrano cambiare totalmente personalità ogni quindici minuti), d'altro canto non posso non riconoscere una certa dose di coraggio nel seguire fino in fondo la bad route di una visual novel senza edulcorarla, presentando un protagonista che si comporta come uno stronzo ma che poi deve affrontarne le conseguenze, anche quelle più estreme.

Quante commedie romantiche conoscete che prendono la tipica premessa del triangolo amoroso e la portano effettivamente al protagonista che tiene consciamente il piede in due scarpe, con le due ragazze rappresentate nel loro dolore e nelle conseguenze sociali della loro situazione? Quanti harem anime conoscete in cui il protagonista effettivamente ? Quanti anime romantici conoscete che mostrano l'ambiente scolastico non come qualcosa di innocente e idealizzato, ma come un covo di feccia e malvagità gratuite (ovvero, come sono nella vita reale)? Quanti anime fanservice conoscete che finiscono con ?

Mood alla fine

Capiamoci: in buona parte è trash, è squallido, è risibile… ma allo stesso tempo, il suo contenuto non è tutto da buttare. Senz'altro è un'esperienza unica che, credeteci o no, consiglio vivamente. Se non altro, for teh lolz. Vorrei solo averlo potuto vedere davvero "al buio", invece che in un momento storico in cui è noto come "quell'anime scolastico che poi alla fine "; vorrei aver potuto viverlo come l'hanno vissuto quelli che hanno guardato i primi 3-4 episodi pensando di avere davanti una normalissima rom-com, e sono stati investiti e sconvolti dai suoi sviluppi imprevedibili. Chissà, magari l'avrei vissuto come molti hanno vissuto Neon Genesis Evangelion.

Non cito questo nome a caso. Possiamo arrischiarci a dire che School Days è una decostruzione (probabilmente involontaria) del genere? Che ne adotta le convenzioni per poi sventrarle (letteralmente), per evidenziare l'idiozia e il cinismo sottesi a certi comportamenti, le conseguenze che potrebbero avere, lo squallore di certe fantasie e il dolore che provocherebbero nella realtà? Beh l'ho appena fatto. Perché a mia memoria, fra tutti i personaggi di opere di questo genere che ho visto, Makoto e alcuni dei comprimari, nel loro edonismo irresponsabile, nella loro mancanza quasi sociopatica di empatia, nella loro crudeltà quasi caricaturale, nella loro incapacità di ragionare sulle conseguenze, nella loro incoerenza quasi schizofrenica, sono quelli che più realisticamente rappresentano degli abissi di orrore di cui sono capaci gli adolescenti negli anni 2000.

Sì, sto trattando un anime trash tratto da un eroge trash come se fosse un ricercato lavoro post-moderno. Fatemi causa.

*fischio della teiera intensifies*

Qui sotto, just for laughs, i miei soliti appunti\commenti episodio per episodio. Potete notare come insieme all'anime degenerino anche le mie reazioni e la mia sanità mentale.

20 apr 2019

[Recensione] Flavors of Youth

詩季織々 "Shikioriori", o 肆式青春 "Se shi qing chun", 2018

Il mostro tentacolare di Netflix ha assalito anche il mondo degli anime, seducendo fra le sue spire la casa di produzione giapponese CoMix Wave (responsabile per Your Name e Il Giardino delle Parole) e la cinese Haoliners Animation League, diventando l'unico distributore occidentale del loro figlio, Flavors of Youth, una raccolta di tre brevi storie di città su alcuni giovani cinesi presi fra l'amore e la nostalgia, il passato e il futuro.

Un ragazzo per cui il sapore di una ricetta a base di spaghetti di riso costituisce il più forte legame verso un passato più felice, più sereno, dal quale non riesce a staccarsi; una modella che, nonostante il supporto della sorella che studia per diventare stilista, si vede sorpassata da ragazze più giovani e cerca di combattere per avere ancora un futuro in quell'industria; un ragazzo per cui un turbolento primo amore scandito da registrazioni su una musicassetta diventa motore di tutte le sue decisioni, di tutti i suoi errori, di tutti i sui dolori. 

La prima storia vi farà venire molta fame.
In tutte e tre, la fa da padrone la componente del confronto con un passato che si vuole recuperare, ma che al tempo stesso si allontana sempre più inesorabilmente, a scapito di un futuro verso cui non si riesce a guardare con gli occhi giusti. Nella prima e nella terza storia questo prende anche la forma di un confronto fra la campagna e la città, o meglio, fra un mondo tradizionale, semplice e sereno, e uno industriale, complicato e infelice. L'atmosfera intreccia sapientemente malinconia e speranza, gioia e tristezza, con quel gusto tipicamente giapponese per le piccole grandi magie del quotidiano, giungendo sempre a una conclusione in qualche modo positiva, in cui i protagonisti riescono a guardare di nuovo verso il futuro e a trovarvi qualche modo di perpetuare, o meglio, di rinnovare le gioie verso cui si prova nostalgia... a patto, però, di lasciar andare tanto i ricordi quanto i rimpianti.

Santo cielo, le musicassette. Sembrano passati millenni.
Ora, se mi conoscete, immagino possiate immaginare il mio responso. Nostalgia verso un passato che non ritorna più e i cui agganci sfumano via, uno dopo l'altro, nell'inevitabilità del tempo? Temi simili ad Aria, come il rinnovare le gioie del passato guardando verso il futuro, il non lasciare che la malinconia dei bei tempi andati offuschi la possibilità di godere del presente? C'è anche un sottile, ma sensibile commento su quanto sia oggettivamente una merda vivere in queste gigantesche prigioni parassitiche di vetro e metallo che ci ostiniamo a chiamare "metropoli" invece di quello che sono, ovvero orripilanti mostri a metà fra il lovecraftiano e l'orwelliano, che fagocitano il passato, le radici, il gusto, la felicità, il tempo, la volontà, la vita stessa di milioni di persone, per sacrificarle come ingranaggi di una macchina-feticcio ormai sfuggita totalmente al controllo umano, divenuta totalmente fine a sé stessa, che da prodotto dell'uomo per l'uomo è diventata motore e fine ultimo di ogni più piccolo aspetto della sua esistenza, della sua formazione, del suo ingegno, della sua sofferenza, come una orrenda bestia prodotta in laboratorio e poi ingrassata fino ad assurgere idolo onnipotente del mondo. Tutte cose che io penso e vivo sentitamente nel mio essere quotidiano.

I valori di produzione sono molto alti, ma il character design è un po' scialbo.

Quindi sì, ovviamente Flavors of Youth mi è piaciuto. Al tempo stesso, però, non posso negare di averlo trovato un pochino manieristico: un prodotto ("prodotto" è la parola chiave) che tocca sapientemente tutte le note giuste, che suona tutte le armonie necessarie a ottenere un certo effetto, e pure con alcuni virtuosismi niente male (la scena dell'acqua sul finestrino del taxi!), ma più "per tecnica" che "per cuore". Ottenendo, così, un effetto certo piacevole, ma dieci volte inferiore rispetto a quello che 5 cm al secondo o Aria, quando toccano temi simili, riescono a creare in un solo episodio o addirittura in una sola scena. Ha pretese forse un po' troppo alte rispetto alla sua reale portata. Insomma: è carino, più che meritevole di essere guardato, ma non è nulla di indimenticabile.

26 gen 2019

[Recensione] La Forma della Voce - A Silent Voice -

聲の形, "Koe no katachi", 2016
È un periodo meraviglioso per i film d'animazione giapponesi in Italia. Il "monopolio" in occidente dei film Ghibli è rotto, Dynit e Nexo Digital stanno importando opere sentimentali e mature, e non solo da quei registi in competizione per il mantello di "nuovo Miyazaki" (Shinkai, Hosoda ecc. BTW, consideratemi #TeamHosoda); non più limitati a storie fantastiche e semi-disneyiane (che pur spesso nascondono temi importanti), gli anime distribuiti nei cinema occidentali presentano storie sempre più umane, sempre più universali, sempre meno timorose di essere troppo psicologiche o troppo malinconiche.

La forma della voce, adattamento dell'omonimo manga di Yoshitoki Ōima, racconta la storia di Shōya Ishida, che, da bambino, si era fatto capofila del bullismo contro Shōko Nishimiya, una ragazza sordomuta appena trasferitasi nella sua classe. Quando, dopo mesi di vessazioni sempre più gravi, la ragazza si trasferisce in un altro istituto, Ishida diventa il capro espiatorio dei suoi compagni e passa da carnefice a vittima. Anni dopo, ormai isolato, rimasto senza amici e pronto al suicidio, Ishida intraprende un percorso di redenzione che lo porta, fra le altre cose, ad apprendere il linguaggio dei segni per riprendere i contatti con Nishimiya.

I trailer e le immagini promozionali di questo film sembrano presentarlo come una storia d'amore shinkaiana, con la sordità di Nishimiya a fungere da "elemento di distanza" fra i due innamorati; equivoco tutto sommato comprensibile, in un momento in cui quel tipo di composizione dei poster è stato portato alla ribalta dal successo planetario dell'eccellente Your Name (che si è trainato in Italia la riproposizione di Oltre le nuvole). Ma se certamente la regia di Naoko Yamada, già regista di K-On! (Il Capolavoro Immortale), deve molto allo stile di Makoto Shinkai e di Hideaki Anno, la storia di per sé tratta tutt'altro: è una storia di isolamento, amicizia, bullismo, senso di colpa, redenzione, egoismo nascosto nell'altruismo, accettazione di sé, e sì, anche di depressione e suicidio.


Il tema dell'isolamento da inadeguatezza, in particolare, viene esplorato in una duplice dinamica. Da un lato, quella fra Ishida e Nishimiya: lei isolata per via della sua sordità e del suo mutismo, ma in cerca disperatamente di uscire, di esprimersi, di essere accettata, finendo inavvertitamente col creare dei problemi per sé e gli altri; l'altro chiusosi dagli sguardi e dalle voci altrui a causa del suo senso di colpa e di anni di "mobbing", che cerca di farsi perdonare (e di punirsi) attraverso un ostentato altruismo mentre rimane totalmente incapace di accettare sé stesso. Il tratto comune è quindi il sentirsi soli, l'odio di sé, ma anche il sincero "fare del proprio meglio" (ganbaru) per uscirne. Le inquadrature in soggettiva (le croci sulle facce degli altri, Ishida che sente le parole altrui con la propria voce piuttosto che con la loro, l'attenzione sulle gambe dei personaggi per rimarcare il fatto sia lui che Nishimiya tengono lo sguardo basso) ne trasmettono il senso di auto-isolamento, mentre il fatto che molti dei dialoghi in linguaggio dei segni non vengano "tradotti" allo spettatore (scelta, questa, ereditata dal manga) sembra quasi voler rimarcare questo senso di distanza, estendendolo anche verso di noi, chiudendo Ishida e Nishimiya in una bolla separata tanto dagli altri personaggi quanto da noi.

Li vedete i due ciliegi in fiore sullo sfondo, simbolo della bellezza caduca e del fugace vigore giovanile? Vedete come i due alberi si sovrappongono ai due protagonisti? Vedete come sono separati, ma come sembrano tesi l'uno verso l'altro, in particolare quello di destra, coi rami che "escono" da Ishida per porgersi verso Nishimiya, che invece sta sì sul limite dell'albero dietro di lei? Ecco, sono queste belinate simboliche che mi fanno godere come un riccio.
Dall'altro lato, la dinamica fra i due ed il gruppo di vecchi e nuovi amici: tutti personaggi ben caratterizzati e tutt'altro che privi di colpe e difetti. I vecchi compagni delle elementari, in particolare, sembrano bloccati nel passato, incapaci di vedere oltre le colpe di Ishida o di riconoscere le proprie (il narcisismo di Kawai, la codardia di Sahara ecc.). Eppure la loro amicizia, e i loro sforzi fallaci, spesso proprio controproducenti, ma sinceri, saranno cruciali nella risoluzione dei conflitti dei due protagonisti. Purtroppo non posso non notare come gli archi dei personaggi secondari siano estremamente limitati, se non proprio assenti o appena accennati, ma temo sia inevitabile quando un manga di sette volumi viene ridotto a un film di due ore. Ciò nonostante, vengono dipinti in modo sì statico, sì abbozzato, ma colorato e vivace, e riescono quindi a essere comunque interessanti.

Il character design sembra un misto fra lo stile Kyoto Animation e lo stile di Yoshiyuki Sadamoto.
Il che, dal mio punto di vista, equivale più o meno a come mi immagino il paradiso.

Ora, chi mi legge e chi mi conosce lo sa. Mi atteggio tanto da comunistaccio duro e metallaro, ma sono in fondo un tenerone con un animo inguaribilmente saturnino. Ho pianto su AnoHana, ho pianto su Wolf Children, ho pianto su Aria, cavolo ho pianto pure sul finale di Black Rock Shooter. Atmosfere di soffocante malinconia, di depressione, di ironia tragica o di inevitabilità tragica, di colpa e redenzione, di innocenza incompresa e maltrattata, su di me hanno effetto facile e immediato. Non ho problemi ad ammettere che ogni volta che Nishimiya provava a parlare, o provava ad essere accettata e veniva respinta, mi si stringeva il cuore. Sì, lo so, "must protecc", "weeaboo" e tutt'un po', mi commuovo con le cose tenere e mi incazzo con le ingiustizie, fatemi causa, cosa vi devo dire?

Quindi, il fatto che La forma della voce mi abbia colpito profondamente, al punto che mi sono trovato più volte a ripensarci nel corso dei giorni successivi alla visione, è significativo solo fino a un certo punto. Razionalmente, mi rendo conto che alcune scene sono eccessive e poco credibili, e che in alcuni suoi tratti sa veramente di affrettato e di melodrammatico. Emotivamente, però, eccomi qui a consigliarlo con tutto me stesso. L'ho trovato potente, intenso, e persino profondo nel modo in cui tratta alcuni temi più psicologici (nemmeno Nishimiya è del tutto innocente).

Ecco, dovessi descriverlo con termini di paragone, lo definirei come situato ad un ipotetico punto di incrocio fra AnoHana (l'atmosfera, la compagnia di amici da riformare, il fare i conti col passato), Neon Genesis Evangelion (i personaggi di Ishida, Ueno e Nishimiya, l'odio di sé stessi) e Makoto Shinkai (alcune scelte registiche, la distanza psicologica e l'incomunicabilità fra le persone, il legame quasi fatale fra due anime distanti). Però animato da Kyoto Animation, che è sempre un plus.

Fanart di Tama is zining (@soulc1ty), a mio avviso semplicemente PERFETTA.


18 set 2018

[About me\Recensione] Aria: lettera d'amore a un capolavoro unico

Devo iniziare questo post con una premessa, anzi, un avvertimento: questa non sarà una recensione. O meglio, non sarà il solito sbrodolio di parole in cui spendo un paio di paragrafi a soppesare pregi e difetti, usando parole inutilmente roboanti (come, ad esempio, "roboante"), e poi passo il resto a mugugnare dicendo una quantità francamente eccessiva di parolacce, battute politiche e analogie copiate da Zero Punctuation. Non sono in grado di parlare di Aria in questi termini. Questa non sarà niente di meno che una lettera d'amore. Una lettera d'amore ad una serie che, oltre ad essersi presa di prepotenza un posto fra le mie opere preferite in assoluto (non solo anime/manga: in assoluto), ha accompagnato e contribuito a definire un periodo fra i più importanti della mia vita.


Aria è un manga di Kozue Amano (iniziato nel 2001 sotto il nome Aqua, rinominato l'anno successivo a seguito di un cambio di testata), poi adattato in tre serie animate più alcuni OVA dirette dal geniale Jun'ichi Satō. Sul pianeta Aqua, risultato della terraformazione di Marte, è stata costruita Neo-Venezia, una copia esatta della città italiana costruita dopo che l'originale è stata sommersa dai cambiamenti climatici. Qui vivono e lavorano le Undine, rispettate gondoliere e amate guide turistiche. Akari Mizunashi è una ragazza terrestre che si trasferisce su Aqua per diventare un'Undine, e si unisce alla Aria Company sotto la guida della celebre "Fata dell'Acqua" Alicia Florence. Farà presto amicizia con altre due praticanti (Aika e Alice) e le loro senpai. 

Da lì in avanti semplicemente… succedono cose. O meglio, è più corretto dire che non succede nulla. Le ragazze aiutano un postino a fare le consegne, o puliscono le loro gondole; Akari e Alicia fanno una gita fuori porta e scoprono un posto con un bel panorama, oppure Akari passa la giornata al caffè Florian a godersi Piazza San Marco. Banale vita quotidiana, insomma. È lento. Lentissimo. Quasi contemplativo, quasi meditativo.

Potrei citare alcuni "aspetti tecnici" che contribuiscono alla magia di Aria: lo splendido disegno di Kozue Amano, ad esempio, coi suoi ambienti dettagliatissimi e le sue vignette inquadrate in modo da evocare un senso di meraviglia e pace; l'eccellente doppiaggio dell'anime, con in particolare Erino Hazuki (Akari), Sayaka Ohara (Alicia) o Ryou Mizunashi (Alice) che rappresentano perfettamente i vari quirk vocali dei personaggi permettendo allo spettatore di affezionarsi e famigliarizzarsi; i personaggi stessi, privi se non di qualche piccolo arco ma adorabili e ben definiti fin dall'inizio; la colonna sonora ricca di brani semplici ma atmosferici, dolcissimi, basati principalmente su arpeggi di chitarra acustica e pianoforte; le particolari espressioni chibi che assumono i personaggi nei momenti comici o buffi, che incapsulano così perfettamente le loro personalità. Ma tutti questi elementi sono solo rinforzi, armonici che danno efficacia a ciò che è il vero cuore dell'anime. 

Ogni personaggio ha una e una sola espressione chibi che lo caratterizza;
il contrasto fra queste e il normale stile realistico spesso basta da solo a trasmettere un senso di buffo e surreale

 

Quella meraviglia ordinaria...


Aria non è solo uno slice of life che segue personaggi buffi e kawaii, come un K-On!, né solo un anime comico che usa sapientemente il super deformed, come un Nichijou (anime tragicamente sottovalutato). È soprattutto una glorificazione della bellezza dell'ordinario, della magia dei piccoli miracoli di ogni giorno, un inno al trovare la gioia nascosta dentro ogni momento e ogni cosa, persino nei luoghi e negli incontri della propria vita quotidiana. 

A Neo-Venezia, il mondo è bello, sempre: le persone sorridono e sono sempre gentili, i gatti sono sempre affettuosi, la neve e la pioggia sono belle come la miglior giornata di sole, ogni lavoratore è un professionista che ama sinceramente ciò che fa, ogni festa (tra cui molte feste veneziane, spiegate per l'inesauribile meraviglia di Akari) è un'occasione per stare insieme e rinnovare l'amore fra la città e i suoi abitanti. Le situazioni, le battute, le inquadrature si ripetono frequentemente, come le stagioni, eppure ogni evento è unico. 

Il tutto con un velo sottile ma decisivo di malinconia, perché è comunque un'opera giapponese e il mono no aware è una caratteristica estetico-culturale cruciale, ma una malinconia che rafforza la gioia, invece di opprimerla. Il mono no aware che ci dà la consapevolezza che questi momenti meravigliosi sono fugaci, destinati a cambiare e a finire, ce li fa anche apprezzare ancora di più, e ci aiuta a trovare la bellezza anche là dove saremmo tentati di vedere solo tragicità e tristezza; ci aiuta a renderci conto che ogni fine è anche un nuovo inizio, e che possiamo fare tesoro dei ricordi della bellezza passata, che saranno con noi per sempre, senza per questo chiuderci dal farne di nuovi con la bellezza futura. È un tipo di narrazione in cui i giapponesi eccellono, fin dal Genji Monogatari e da Neve sottile di Tanizaki.

Un mondo irrealistico, certo, utopico, di pura fantasia, totalmente privo anche dei normali conflitti della vita normale; ma che risulta tale solo dalla nostra prospettiva esterna, non da quella di Akari e Alicia, vere voci soliste di questo cast corale. Akari, soprattutto, che con il suo perenne sorriso, la sua capacità incredibile di trovare meraviglia e bellezza in ogni cosa e di esprimerla ad alta voce, la sua dolcezza, il suo fare amicizia con tutti, la calma e la serenità con cui pure non smette mai di impegnarsi e lavorare duro, è la chiave che eleva il nulla quotidiano che ci viene mostrato a un tutto quasi edenico. Amano ci invita a guardare il nostro mondo con gli stessi occhi con cui la giovane Undine guarda la sua Neo-Venezia, perché anche se noi non abitiamo in un'utopia senza turisti fastidiosi, senza veneti che bestemmiano, senza i tramezzini in Piazza San Marco che costano dai 179,99€ in su, senza kami felini che proteggono la città con un esercito di gatti, e senza l'immondizia e boh credo pure le radiazioni nelle acque dei canali, i miracoli quotidiani ci sono anche qui. 
Da sinistra: Alice, Akira, Alicia, Akari, Aika, Athena. Sullo sfondo i personaggi secondari.

Identikit di un Ariafan


Ora, questo è il momento in cui forse dovrei provare a spiegare perché questo manga e questo anime hanno un effetto così potente su di me. Dovete sapere che io sono una persona molto ansiosa e molto nervosa, e allo stesso tempo molto pigra. Mi faccio piani costantemente, e qualsiasi deviazione da essi, anche solo una piccola perdita di tempo o un impegno imprevisto, mi fa innervosire o infuriare; anche se quelle deviazioni sono talvolta dovute al sottoscritto che perde tempo a guardare YouTube Poop. 

La mia testa è sempre, perennemente in attività: penso cose, penso storie, penso considerazioni politiche, penso invettive contro questo o quello, penso i problemi che mi possono capitare, pianifico il mio terzo album mentre sono ancora lì che sto scrivendo il primo, faccio continui salti e collegamenti mentali. Sono sempre rivolto o verso un futuro immaginato per il quale cerco di prepararmi (mentre viaggio penso a quando arriverò, quando arrivo penso a quando ripartirò, mentre torno penso a cosa succederebbe ai miei cari se morissi in un incidente, quando sono a casa penso al giorno dopo), o verso un passato visto come più bello e sereno fatto di momenti che non torneranno più, oppure come luogo di tutti i miei rimpianti e i miei errori; tutto questo rafforza quel costante senso di "la vita fugge et non s'arresta una hora" che alimenta la mia malinconia, la mia paura della morte, la mia sensazione di non avere tempo e capacità di fare tutto ciò che vorrei, e paradossalmente contribuisce a farmi sprecare parte del mio presente. 

Aria evoca in me esattamente tutto questo, e lo distrugge. Prende la mia malinconia, e la tramuta in una spinta positiva verso il presente. Mi permette di disattivare quei processi mentali continui del mio cervello e di godermi una sensazione di serenità spensierata (cosa che no, non mi succede spesso nemmeno guardando altri slice of life!). Quando mi fa commuovere per una gondola che va in demolizione, evoca lo stesso sentimento che provai io quando dovemmo dar via la nostra vecchia macchina, ma tramutandolo in qualcosa di positivo e di commuovente, magico. Trasmette molti messaggi tutt'altro che complessi ed esoterici, ma che risultano molto rilevanti e molto vicini per la persona che sono io. Quando finisco un episodio di Aria mi sento sereno, in pace col mondo, mi sembra di volere bene a tutti, riesco persino a guidare senza augurare una morte orribile a quelli che non mettono la freccia in rotonda ('rtacci loro). 

Tre episodi, in particolare, vorrei raccontare, del mio rapporto con Aria. 



 

Quella signora sul treno...


Credo non ci sia esempio migliore di questo per spiegare ciò che Aria è e vuole essere.

Dunque, Il manga mi fu prestato da un caro amico d'università. Ero al secondo anno, o forse all'inizio del terzo. Stavo leggendo un volume in treno, mentre tornavo in Liguria il venerdì dopo una settimana di lezioni. Era il capitolo della Festa del Redentore, quando Akari e le altre apprendiste organizzano una festicciola in riva alla laguna con le senpai e gli amici. L'episodio è semplicemente questo: la gioia di una cena piacevole e tranquilla fra persone che si vogliono bene. Sul mio volto era stampato un sorriso, per tutto il tempo. Doveva essere molto evidente, perché la signora anziana seduta davanti a me lo notò, e mi fece un qualche commento su quanto fosse bello vedere una persona sorridere così mentre leggeva. Chiacchierammo qualche minuto. Amano, tramite Akari e le altre, aveva trasmesso questa semplice gioia a me, e io, semplicemente provandola ed esternandola, l'avevo a mia volta trasmessa ad un'altra persona, trasformando un incontro banale come ne ho avuti a centinaia nella mia vita in un qualcosa di unico, memorabile e, semplicemente, bello. Quanti momenti del genere ci perdiamo perché ci rifiutiamo di vederli, di cercarli?

-"Vietate frasi imbarazzanti!" -"Eeeeeeee?"

 

Quei giorni spensierati...


Un altro, invece, riguarda l'anime. Una delle prime puntate, fra le più memorabili, racconta una rimpatriata serale fra le tre senpai (Alicia, Akira e Athena), che spiegano alle loro allieve come, da giovani, fossero amiche e si allenassero insieme tutti i giorni, esattamente come Akari, Aika e Alice; oggi, invece, per via delle loro responsabilità lavorative, non avevano più il tempo di vedersi come una volta. Ma proprio mentre stanno per abbandonarsi alla nostalgia dei bei tempi andati, pronunciano una delle frasi più caratteristiche della serie: «Se resteremo prigioniere dei ricordi del passato, non saremo in grado di riconoscere i bei momenti che ci regala il presente. Non diciamo "Com'erano belli quei tempi", diciamo piuttosto "Anche quei tempi erano belli". Ciò che appartiene al passato non dovrebbe essere paragonato né ad altri momenti già trascorsi, né al presente, né ai ricordi che avremo in futuro. Nel corso della vita condividiamo tanti piccoli attimi preziosi con le persone a noi care, attimi che poi scompaiono, ma se solo riuscissimo a trattenere ognuno di quei ricordi, i bei momenti non finirebbero mai e ci accompagnerebbero per sempre, per tutta la vita.»

Poco dopo, Akari riaccompagna a casa le sue amiche, e si salutano prima di un ponte
con un "ci vediamo domani". Mentre le due spariscono dietro il ponte, Akari strabuzza gli occhi, e improvvisamente si mette a correre. Raggiunto un punto in cui le poteva vedere, ricomincia a salutarle, ripetendo, in lacrime, quella frase: ci vediamo domani. Akari si era resa conto che anche per lei quei momenti speciali di quotidiana compagnia erano destinati a finire, e ha deciso, seguendo il consiglio di Alicia, di abbracciare il tempo presente, ancorarvisi, ribadirlo con forza nonostante, anzi, proprio in virtù della sua caducità: "ci vediamo domani". Quel momento è… intensissimo. 

Il doppiaggio, la musica, il contesto, il passaggio alla faccia chibi, rendono quella scena un pugno in faccia che ogni volta, ogni maledetta volta, mi stringe il cuore e riesce a farmi piangere e ridere assieme. La prima volta, in particolare, fu così forte che dovetti fermare tutto per riprendermi. 

Perché, vedete, anch'io all'università avevo un terzetto di amici, che vedevo tutti i giorni. Compagni di corso, di studi, di uscite, di imbarazzanti discussioni fra nerd single e impenitenti, di decisioni improvvise di marinare il lettorato di giapponese per andare a prenderci un gelato, di momenti in cui facevamo inorridire gli astanti mentre discutevamo su chi scrivesse le migliori scene di sesso fra Yukio Mishima e Yasunari Kawabata. E la prima volta che vidi quell'episodio, beh… fu proprio verso la fine del terzo anno, ovvero proprio quando mi stavo rendendo conto che anche per noi quei momenti assieme sarebbero finiti, man mano che i nostri percorsi si separavano. 

Sembrava fossimo tutti sulla stessa strada e procedessimo insieme, ma ognuno di noi aveva la propria, che percorreva alla propria velocità; le nostre strade si erano incrociate quasi per miracolo, donandoci gioia e splendidi ricordi, ma come si erano incontrate così sarebbero andate a divergere. Capii che dovevo abbracciare con tutto me stesso quel piccolo miracolo che è stato l'incontrare quelle persone, e fare del mio meglio per ricordare ciò che quella nostra amicizia ci ha dato, nonché per affermare con forza ciò che sarebbe diventato in futuro.

Esattamente come Akari, Aika e Alicia.

さあ、お手をどうぞ!

 

Quel nuovo inizio...


Il terzo, infine, riguarda nuovamente il manga. Era l'ultimo giorno nella casa di Torino in cui io e il mio migliore amico abitammo nei cinque anni di università. Stavo impacchettando e insacchettando il manga per restituirlo al mio amico (giustappunto un membro del terzetto di cui sopra), e per ogni volume che insacchettavo mi prendevo qualche momento per sfogliarlo. Giunto all'ultimo, mi capitò fra le mani l'ultimo capitolo:
Akari si prende un momento per respirare ancora quelle immagini del passato, conscia che saranno con lei per sempre, e poi, con decisione, alza la tapparella, facendo entrare la luce del nuovo giorno. 

Tutto questo, ripeto, riletto il giorno prima di abbandonare una casa che per me era stata altrettanto un luogo di crescita e di splendidi ricordi. Ci avevo pianto, riso, composto, affinato la mia visione politica, conosciuto la mia ragazza; mi aveva visto nei miei momenti più bassi, nei più profondi abissi della depressione che ho affrontato nel 2013, e nei momenti più alti, quando con euforia studiavo giapponese o chitarra e pianificavo la mia vita; ci avevo scherzato, giocato e litigato col mio migliore amico.

Posato quel volume, presi la chitarra e scrissi una canzone, consegnando per un'ultima volta tutte quelle storie e tutti quei ricordi alla custodia di quei quattro muri che non avrei rivisto mai più. 

Foto scattata quel giorno

 

Quella attesa conclusione...


Insomma, capite bene come il mio giudizio non sia dettato solo dalle sue (moltissime) qualità oggettive. Aria è entrato nella mia vita nel momento migliore possibile: ha fatto risuonare i suoi temi perfettamente in armonia con le mie paure, le mie fisime, la mia malinconia, e mi ha permesso di sublimarle, comprenderle, vederle da una nuova angolazione. Mi ha accompagnato in un periodo di transizione, emozionandomi come pochissime opere sono riuscite a fare. Quasi ogni suo episodio contiene per me un qualcosa di rilevante, di intenso, di memorabile. Al punto che ho titolato ogni paragrafo di questo post citando il "theme naming" della serie (il titolo di ogni episodio inizia coll'aggettivo dimostrativo その "quel"), come gli altri ariafan che stanno leggendo avranno certamente notato.

Il capolavoro di Kozue Amano non è per tutti. In un certo senso, è proprio come l'aria: leggero, inconsistente, semplice; eppure ti entra dentro, ti riempie il petto. Ma è difficile spiegare o far capire quella sensazione, perché... come puoi spiegare la sensazione di respirare aria buona, aria di un altipiano montano o di un paradiso sul mare? Eppure, quando la conosci, la riconosci. E non puoi più farne a meno. Perché, semplicemente, Aria è Bellezza con la B maiuscola.

Credo dica qualcosa di molto interessante sulla società giapponese (ma anche occidentale, il realtà) il fatto che i manga per ragazzi siano spesso storie con gente che si pesta, poteri sovrannaturali e grandi quest per salvare il mondo, laddove quelli per adulti o comunque per ragazzi più grandi siano spesso slice of life o commedie con ragazze carine che fanno cose carine in storie pacifiche e dolci dove non succede niente; fino all'apoteosi che è proprio Aria. Da piccoli vogliamo essere l'eroe ignorante ma di buon cuore e potentissimo che salva il mondo e si fa piacere da tutti; da grandi, vorremmo solo l'innocenza e la libertà per girare pacificamente in gondola su un pianeta-utopia con una ragazza carina che ci insegna la bellezza del mondo e un gattino che dice "Puinyu!".