Argomenti

Visualizzazione post con etichetta Rant. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rant. Mostra tutti i post

24 gen 2022

[Rant] Il dualismo politico della beneficenza

Credo che uno dei "cultural divide" più significativi fra coloro che sono più legati a una visione del mondo "di destra" e coloro che sono più legati a una visione "di sinistra" stia nel rapporto con il pauperismo e la beneficenza.

Una persona di destra, tipicamente, è più legata a una morale di tipo giudeo-cristiano tradizionale; mi rendo conto che è una semplificazione e che esistono sia la destra secolare che quella libertaria, e in generale destre che rifiutano apertamente quel tipo di tradizionalismo morale, ma sto volutamente ragionando sulle dinamiche maggioritarie, nelle quali la destra è legata a un forte conservatorismo morale, quindi vi chiedo di passarmi il termine. In quella visione del mondo, aiutare i poveri e i bisognosi è visto come positivo e necessario, ma non si mette mai in discussione il fatto che di poveri e di bisognosi ce ne sarà sempre, ce ne debbano sempre essere. Se non sbaglio è anche una frase di Gesù Cristo stesso in qualche Vangelo, anche adattata nel musical Jesus Christ Superstar nel brano Everything's Alright.

Negli Stati Uniti, dove questo dibattito è molto vissuto e molto polarizzato, diversi studi affermano che i conservatori tendano a donare molti più soldi, in proporzione al proprio reddito, rispetto ai liberal.
 

Fare beneficenza, quindi, è un modo per arginare un problema, tamponarlo, senza però chiedersene l'origine o magari considerandolo ineluttabile. Da un lato, questo permette di fare qualcosa di indubbiamente utile e "buono" nel piccolo, nell'immediato, pulendosi nel mentre la coscienza; è innegabile che le iniziative umanitarie di persone come Bill Gates abbiano fatto qualcosa di concreto, di tangibile, per migliaia di persone. Dall'altro, finisce col tramutare un problema generale in uno individuale, ne rifiuta il carattere sistemico e lo ascrive invece interamente a una questione di buon cuore e impegno del singolo (individuo vs collettività: anche questo uno dei cultural divide classici fra diverse filosofie politiche), così che non sia necessario mettere in discussione lo status quo economico e sociale e anzi ci si senta pure giustificati a continuare quelle azioni, quelle dinamiche, che quelle situazioni di povertà le creano.

"Non sono razzista, dono 9€ al mese a Save the Children. Non sono classista, do tutti i miei vecchi vestiti alla Caritas e do il 5x1000 a un'associazione per i malati. Se tutti donassero quanto me i poveri starebbero meglio. Il mercato funziona, perché i miliardari fanno tanta beneficienza."

Una persona di sinistra, invece, tende a stare nel macrocosmo dei massimi sistemi, in cui gli individui sono anche prodotti di un determinato contesto socioeconomico. Una persona di sinistra non vuole semplicemente dare un pasto caldo a un povero, o mollare un centone a un senzatetto, o far arrivare un pacco di riso ai bambini poveri del Burundi: vuole che nessuno sia mai più povero, affamato, senza una casa. Vede chiaramente che il problema è troppo grande per essere affrontato a furia di donazioni di questo o quel singolo, magari spinto più da un'emozione passeggera o da un qualche tipo di tornaconto che da una convinzione morale organica, e ne cerca invece una radice sistemica, cerca le falle strutturali eliminate le quali il problema possa non esserci mai più.

D'altra parte, la maggioranza di questi studi si basa sulla beneficenza registrata e misurabile (e detraibile), e fatica a calcolare altri fattori (il campo di lavoro dei donatori, il volontariato, l'uso effettivo dei fondi ricevuti dalle associazioni benefiche ecc.), di conseguenza non possono che essere considerati estremamente parziali.
 

Questo però lo spinge a ignorare completamente l'individuo, il contingente, il senzatetto disoccupato che certo non può aspettare né la rivoluzione xenocomunistintersezionale né gli effetti generazionali di una riforma moderata frutto di larghe convergenze istituzionale. Inoltre, può finire coll'ignorare quelle organizzazioni che magari la pensano esattamente allo stesso modo e, mentre si occupano di arginare il contingente, lavorano anche per creare condizioni di maggiore benessere e autonomia. Infine, può essere tacciato di parlare, parlare, parlare, fare tanto l'intellettuale, ma poi non fare nulla di concreto per "i poveri che dice di amare tanto". Di nuovo, mi rendo conto di star semplificando e "appiattendo" sui numeri maggioritari, e che esiste invece una vasta rete di associazionismo di sinistra lodevolmente attivissimo su tutta una serie di iniziative concrete e immediate.

La mia opinione, come immaginerete se mi leggete da abbastanza tempo, tende di più verso la sinistra. Ma leggermente, proprio. Però vedo la questione esattamente come vedo quella dell'ambientalismo: è cosa buona e giusta donare a Greenpeace, usare di più la bicicletta, fare accuratamente la differenziata, prendersi borracce riutilizzabili per anni invece che continuare a comprare quelle stramaledette bottiglie di plastica mannaggialamaialanfame, ma senza un'attenzione alla matrice sistemica ed economica del problema si sta solo asciugando l'acqua per terra senza far nulla per tappare la perdita nelle tubature (solo che la tubatura è la Diga delle Tre Gole e lo strumento per asciugare è un rotolo di carta Scottex ai suoi ultimi dieci strappi e la perdita è una crepa di tre metri); al tempo stesso, però, intanto che cerchi la perdita e trovi un modo per tapparla o magari per rifare totalmente l'impianto, una manata di mocio andrebbe data se no ti marciscono i mobili.

Ogni qual volta viene tirato fuori questo dibattito, a me piace sempre ricordare quel caro vecchio adagio di Hélder Camara: 

When I give food to the poor, they call me a saint. When I ask why they are poor, they call me a communist.

9 mar 2020

[Rant] Corona non perdona - Le lezioni che questa epidemia può insegnarci

In un modo o nell'altro, prima o poi, la tempesta del Coronavirus passerà. Quando succederà, mi piacerebbe che diventasse il catalizzatore per imporci un paio di riflessioni valide anche in periodi "non-emergenziali".

LEZIONE N°1:

Se vai a lavorare (o obblighi a lavorare) con 38 di febbre, non sei un eroe: sei un cretino.

Un cretino e un irresponsabile, che mette a repentaglio la propria salute e quella altrui. Questo, sia chiaro, non solo "ai tempi del Coronavirus", ma anche col più banale dei raffreddori stagionali: perché andando in ufficio si rischiano peggioramenti o ricadute, e si rischia di contagiare colleghi che potrebbero avere, fra i parenti o gli amici, persone anziane o immunodepresse. E uno Stato che non consente a tutti i lavoratori (TUTTI, autonomi compresi) il diritto alla malattia, espone quelli meno agiati ad un ricatto che costituisce un minaccia attiva alla salute pubblica.

Sarà capitato a tutti di sentir qualcuno dire "io sono andato a lavorare anche con 38 di febbre!", o "io da incinta ho lavorato fino al giorno prima del parto e il giorno dopo ero già alla scrivania!" o cose del genere, come se fossero atti eroice di cui vantarsi. Tant'è che poi parte quasi la gara, no?
-"Io una volta sono andato a lavorare con 39 di febbre!"
-"Io con 40!"
-"Io con la polmonite!"
-"Io col vaiolo!"
-"Io con la lebbra!"
-"Io un mattino ho avuto un infarto in catena di montaggio ma ho stretto i denti e resistito fino a fine turno, poi prima di andare dal dottore sono ancora passato in banca e dall'assicurazione!"
-"Eeeeh, quante storie, io sono morto due anni fa eppure ogni mattina mi alzo dalla tomba e vengo a lavorare!"

Ecco, vorrei che la storia della diffusione del Covid-19, soprattutto nel suo focolaio iniziale in Lombardia, diventasse l'esempio per capire quanto questa mentalità sia pericolosa, per sé stessi e per gli altri.


LEZIONE N°2:

L'importanza di una sanità pubblica ed efficace.

Laddove "efficace", per un "sistema di sicurezza", significa innanzitutto ridondante, ben equipaggiata, capillare sul territorio, dotata di tutto il personale necessario e poi ancora un po' di più ché non si sa mai. Di fronte alle grandi emergenze (che sono, per definizione, impossibili da programmare) è la sanità pubblica (o convenzionata) ad assorbire l'impatto; non certo quella privata, che mossa inevitabilmente da logiche di profitto e di efficientamento dei costi ha tutto l'interesse a non attuare (e a non essere equipaggiata per attuare) misure capillari di cura, contenimento, isolamento.

Sono felice di notare che molti commentatori e molte testate giornalistiche sembrano aver recepito e rilanciato questa lezione. Ma da questa, ne consegue un'altra: che tutti i politici e le istituzioni che negli ultimi anni hanno eseguito più di 37 miliardi di tagli al SSN, che sbandierano l'importanza di "tagliare gli sprechi della sanità pubblica", che parlano di esternalizzazioni, aziendalizzazioni, finanziamenti alla sanità privata; da Berlusconi (quindi la destra) a Monti (quindi la destra) al triplete Letta-Renzi-Gentiloni (quindi la destra), dai governatori Zaia, Toti e Fontana (quindi la destra) a Bonaccini (quindi la destra), vanno chiamati col loro nome. Un nome che il mio avvocato mi sconsiglia di riportare qui.

Ma dopo averli chiamati col loro nome, bisogna agire di conseguenza. Questa gente non deve più vedere un voto nemmeno dai suoi parenti.

LEZIONE N°3

L'irresponsabilità del giornalismo.
 
Quanto hanno calcato la mano su 'sta nuova epidemia finché era solo in Cina? Quanto hanno alimentato l'allarmismo, con servizi continui e dirette e bollettini di contagio? Quanti  abbiamo visto titolare con OMMIODDIO TRE CASI A VERGATE SUL MEMBRO QUARANTENA IMMAGINI DI AMBULANZE NIINOOO NIINOOOO PANICOPAPANICOPAPANICOEPAURA, per poi aprire l'articolo e scoprire che erano magari casi sospetti, di persone presentatesi volontariamente per il test, a cui poi sono risultate negative?

Poi abbiamo visto le stesse testate, le stesse firme, meravigliarsi per la psicosi, per le piazze vuote, per gli assalti ai supermercati; fare appelli all'equilibrio dopo aver visto i danni economici che la situazione stava creando. Poi, abbiamo visto pubblicare notizie discordanti e non verificate, voci discordanti e poi smentite su ceppi italici pre-cinesi o manager lombardi di ritorno dalla Cina; lo stesso virus presentato nelle ore pari come la nuova peste bubbonica e nelle ore dispari come poco più di un'influenza. Fino all'estremo della sera del 7 marzo, in cui svariati giornali online hanno titolato con informazioni parziali trapelate da bozze in corso d'opera di decreti governativi. Come potrebbe questa micidiale combinazione non generare confusione, rabbia, sfiducia, impulsività e panico in una popolazione già preda di una paura tutto sommato naturale?

Ecco. Possiamo parlare, se non di fake news e di sciacallaggio, quantomeno di irresponsabilità, o sono termini che valgono solo se si contano musse sui personaggi politici che stanno simpatici a quel particolare giornale?

LEZIONE N°4

Il parassitismo del capitalismo non si ferma davanti a niente.

Nemmeno di fronte ad un pericolo di epidemia tanto i giganti dell'e-commerce quanto piccoli commercianti si sono trattenuti dallo speculare sui prezzi di amuchina, mascherine e altri beni sanitari, aumentandone i prezzi a dismisura. Il tutto mentre ospedali e personale sanitario ne sono drammaticamente a corto, peraltro. E non parliamo della borsa e della fuga dei capitali, ché lì davvero mi viene la bava alla bocca.

Ora, credo che nessuno, a parte qualche ultraliberale coi poster di Margareth Thatcher in camera, difenda manovre di questo tipo, e appunto in Italia non sono mancate denunce e azioni giudiziarie per contrastarle, quindi penso di poter dire che questa lezione è stata assimilata ben prima che io o chiunque altro la facessimo notare. Vorrei però porre l'accento su un aspetto che sta un passettino più in là: manovre come questa non sono colpa di qualcuno che è brutto e cattivo, non sono problemi morali individuali, ma sistemici, intrinsechi già solo nella legge della domanda e dell'offerta che sta al cuore del capitalismo come metodo di produzione e distribuzione dei beni.

Comportamenti di questo tipo sono non solo permessi, non solo incoraggiati, ma premiati nell'economia capitalista competitiva, e chi non li attua rimane indietro, pone in svantaggio la propria attività (e, di conseguenza, la propria sopravvivenza e quella di eventuali famigliari, impiegati ecc.).


LEZIONE N°5

L'estrema fragilità della nostra società economica globalizzata. 

Da che esiste la civiltà umana, l'interculturalità e lo scambio fra popoli sono stati una costante e un catalizzatore di sviluppo ed evoluzione. Persino i comunisti non criticano la globalizzazione in quanto tale, ma le "regole del gioco" che la muovono e gli interessi di chi la dirige (che oggi come oggi la rendono l'equivalente dell'aprire i recinti per far pascolare pecore e galline nello stesso campo dove vagano faine, volpi, leoni, velociraptor, sciami di Zerg, e i predatori più spietati e sanguinari di tutti: gli speculatori di borsa). No, il problema non è l'interconnessione di per sé, ma l'interdipendenza, e la sua inafferrabile velocità.

Prima ancora che, in appena due mesi e con pochissimi gradi di separazione, un solo centro di diffusione generesse focolai secondari a migliaia di chilometri di distanza solo tramite viaggiatori umani (il focolaio lombardo è emblematico in questo senso), le misure prese dal governo cinese avevano provocato conseguenze economiche concretissime in tutto il mondo, perché aziende americane ed europee di automobili, elettronica ecc. si sono improvvisamente trovate con i fornitori fermi. Questo prima ancora che si palesasse tutto il tragico domino su turismo, ristorazione, compagnie aeree, assicurazioni, musei, teatri, spettacolo, cultura, mercati finanziari ecc. ecc. che sta mettendo in ginocchio Italia e altri Stati europei. Economie in cui migliaia di persone, dipendenti e autonomi, vivono in zone a rischio e hanno contatti a rischio ma letteralmente non si possono permettere di non andare a lavorare.

Il nostro sistema economico è imperniato sul libero mercato globale di merci e capitali, così radicalmente ostile a regolamentazione e pianificazione, impostato sulla dislocazione e la frammentazione della produzione in base alle convenienze contingenti, improntato alla logica just-in-time, alla velocità di distribuzione e alla continua ricerca di novità (di modo che i concetti di progettare per la longevità e di fare scorta per le emergenze sono venuti a sparire), in cui la maggior parte delle persone e delle attività si barcamena costantemente sul ciglio della bancarotta senza la stabilità economica per sostenere l'impatto di un'emergenza imprevedibile. È una costruzione certamente colossale, ma che si regge su sottili fondamenta di cartone, tali che un minimo tremore provoca conseguenze devastanti, un solo bullone saltato crolli diffusi. 

Tutto questo a causa di una malattia certo grave e pericolosa, ma non catastrofica, incomparabile per mortalità e virulenza alle grandi epidemie del passato (peste, colera, vaiolo?) o alle rischiate epidemie del recente (ebola?). Se comparissero patogeni peggiori, magari quei microorganismi antichi che pare si libereranno dallo scioglimento dei ghiacci, cosa succederebbe? Come potremmo sperare di tenerci in piedi?

Forse dovremmo ricominciare a pianificare per le emergenze. Anzi: a pianificare, punto. Tenere scorte, favorire l'autoproduzione di alcune risorse alimentari dovunque possibile, costituire filiere corte e locali ovunque possibili, garantire reti di sicurezza sociali diffuse, ecc. ecc.


LEZIONE N°6

Siamo soli.

When shit hits the fan, in tutte le grandi istituzioni internazionali che tanto abbiamo glorificato (UE, NATO, ONU), regna un solo imperativo: "si salvi chi può". Se non fossero bastate le lezioni del genocidio in Ruanda, dei conflitti arabo-israeliani, dell'invasione turca della Siria, dell'attentato terroristico compiuto dagli Stati Uniti contro l'Iran ecc., ecco quella del Coronavirus.

Appena abbiamo iniziato a sembrare gli appestati d'Europa, una nazione dopo l'altra ha chiuso gli accessi a cittadini italiani, bloccato le esportazioni di materiale medico, posto limiti ai prodotti italiani, solo divisione e dinieghi. Abbiamo Stati che nascondono i dati del contagio per non danneggiare l'economia, o che limitano i tamponi per limitare i casi confermati, o che soppesano se privilegiare le borse o il contenimento. Tutto quello che possiamo sperare dall'UE è di elemosinare qualche miliardino di "flessibilità" rispetto al feticismo dei parametri e dei bilanci per le "spese d'emergenza". Paradossalmente, l'unica cooperazione concreta è giunta dalla Cina (!!!) e, nei confronti di quest'ultima, da Cuba.

Mettiamocelo in testa: non esiste solidarietà internazionale all'interno delle istituzioni borghesi, o meglio, esiste solo finché può essere fatta coincidere col profitto.


LEZIONE N°7

Il telelavoro esiste.

Dato che con la paura del virus abbiamo scoperto che in molti settori è possibile lavorare tranquillamente da casa, chissà, magari ce ne ricorderemo anche quando la paura sarà passata, e ci renderemo conto che (per auto-citarmi) «farsi 20km ogni giorno per lavorare su un foglio Excel è un insulto all'intelligenza umana». A quel punto i vantaggi dello smart working saranno "solo" correlati a minore inquinamento, maggiore produttività, riduzione di traffico stradale e relativi incidenti, riduzione dello stress ecc.

LEZIONE N°8

Non siamo pronti. Leggetelo come se ve lo dicesse Illidan Stormrage: You are not prepared.

Come evidenziato in un brillante monologo di Maurizio Crozza, questa è la prima volta dopo decenni che capita un evento di questa portata a una nazione sviluppata del Primo Mondo, e tanto fra i governanti quanto fra la popolazione è emerso quanto siamo impreparati ad affrontarla, anche a livello mentale e individuale, drogati come siamo di fatturato, di individualismo, di vite viziate e iperattive.

Gli stessi italiani che avevano avuto un rigurgito di sinofobia alla vista di un paio d'occhi vagamente a mandorla, che alle prime avvisaglie avevano svaligiato i supermercati, oggi, col contagio galoppante sotto casa, si sforzano di eludere quarantene e controlli.... per andare a sciare. Ignorano le disperate richieste del personale sanitario di evitare assembramenti e stare in casa... per apericena scaccia-paura o per andare a vedere Elettra fuckin' Lamborghini o per la solita, insulsa gitarella del weekend in Riviera M'OU BELIN 'STI FORESTI MANGIANÊGIA COSSE GH'AN DA VEGNÎ A SANNA O L'È FINN-A MARSO. Talvolta condendole pure con retoriche cringe tipo "Milano non si ferma" o "In un mondo che ci vuole chiusi in casa, uscire è un atto rivoluzionario".

Se la Cina ha saputo reagire con manovre decise, che sono state lodate anche dall'OMS per la loro efficacia nel contenere il virus (anche grazie una sanità statale e a imprese statali), e il suo popolo ha saputo recepirle ed applicarle, noialtri Paesi "liberi" e "civilizzati" e "democratici" abbiamo dimostrato di non avere nemmeno la mentalità e la coscienza sociale per sacrificare temporaneamente le nostre comodità, le nostre routine, alle indicazioni delle autorità volte a salvaguardare la salute pubblica (se siano misure efficaci, necessarie e/o sufficienti è un altro discorso); non abbiamo la lucidità di renderci conto del peso potenziale che ognuno di noi ha nella collettività; né esponenti del nostro giornalismo e del nostro potere esecutivo hanno avuto il senso di responsabilità di non diffondere notizie su bozze in fieri di decreti governativi prima che venissero ufficializzate e messe a punto, scatenando panico e reazioni incontrollate che rischiano di vanificare due settimane di sforzi.

Per citare un meme che va molto di moda ultimamente (un meme originato dalla destra americana, non vogliatemene): non siamo un clown, siamo l'intero circo.

9 dic 2019

[Rant] La politica con la P maiuscola - Due pensieri sul fenomeno ittico del momento

Dato che questo è il mio blog personale, vorrei scrivere un paio di pensieri in libertà (ovviamente non richiesti) riguardo il fenomeno politico del momento: le cosiddette Sardine. Sapete cosa mi ricordano, le Sardine? I girotondi antiberlusconiani dei primi anni '00.


Comincerei dal fatto che questo logo e questo slogan sono parecchio cringe.

Ora, non capitemi male. Ho supportato quei movimenti, ne ho fatto parte, li ho reputati e li reputo un segnale positivo, perché la mobilitazione e la coscienza politica sono sempre meglio dell'apatia, della rassegnazione, del buongiornismo da social. Ma (e questa è un'ingenuità che io stesso ho commesso per molti anni) confondono la mobilitazione anti-personalistica, l'opposizione a una singola persona, per un'identità politica coerente.
Due parole: Popolo Viola. Vi dice qualcosa? Niente? Appunto.

Si definiscono (le Sardine) un movimento apolitico, apartitico, aprogrammatico, senza rendersi conto che questa è una debolezza, non un punto di forza. Allontanano qualsiasi bandiera come se fosse una cosa sporca, sventolando invece generici valori come solidarietà, fratellanza, "stare insieme", "siamo contro l'odio", "siamo contro l'incultura", bambini buoni sentimenti felici e contenti. Ma in realtà…

Candy è un gr in realtà poi scopri che alcuni dei loro promotori sono iscritti al PD; ne vedi un leader (a Modena) aprire un evento di campagna elettorale del PD; vedi bandiere dell'Unione Europea; vedi il PD che cerca in ogni modo e maniera di agganciarvisi; e soprattutto, vedi altri loro leader affermare convintamente idee reazionarie che confondono la "politica con la P maiuscola" con il burionismo centrista becero, la democrazia rappresentativa con la tecnocrazia,  l'importanza della buona politica con la sua sottomissione al dominio di finanza e capitale (mentre nelle loro piazze fanno sentire Gaber, quello che diceva "libertà è partecipazione", e John Lennon, un hippy anarchico).

Già, perché, come ho già avuto modo di dire: l'apolitica, esattamente come la post-ideologia, non esiste. Essa nasconde o la mancanza totale di idee diverse da quelle dello zeitgeist dominante, o la vergogna di ammettere quale idea si ha.
 
Consapevolmente o meno, per ingenuità o per eccesso d'ottimismo, questo curioso fenomeno ittico-memetico non fa nulla per mettere i bastoni fra le ruote a un centrodestra sempre più orrendo eppure sempre più maggioritario. Non fa nulla per eroderne il consenso là dove è più forte (anzi, ignora se non ridicolizza le problematiche sociali reali che lo alimentano), o per attaccarlo là dove è debole (incoerenza, complicità con le leggi e manovre che oggi critica, subordinazione a capitali sia stranieri che non, corruzione, accordo delle proprie dichiarazioni sul sentimento dominante come emerge dagli algoritmi della Bestia, marketing).

Gli antiberlusconiani si sono estinti prima di Berlusconi.

Anzi: polarizza ancora di più il dibattito politico, trasformandolo in guerra culturale fra due gruppi sociali che sembrano sforzarsi strenuamente per assomigliare il più possibile agli archetipi caricaturali ridicolizzati dal gruppo opposto, demonizzanti l'un l'altro al punto tale che ognuno sarebbe disposto a votare letteralmente Dracula pur di non darla vinta al nemico. Abbiamo già visto questo copione: prima con Berlusconi, poi con Trump.

I "radical chic buonisti" da una parte, che sempre più tenderanno a gravitare verso il PD in funzione antisalviniana, e dall'altra gli "analfabeti funzionali razzisti", che sempre più tenderanno a gravitare verso la Lega o FdI in funzione antisinistra. Una polarizzazione verso due partiti le cui politiche economiche, a parte la battaglia identitaria per Quota 100, sono sostanzialmente identiche. Un movimento che, temo, finirà più col ricostituire il bipolarismo della Seconda Repubblica, depotenziando il M5S e i vari partiti minori, piuttosto che coll'arginare Annatar.

Cringe. So much cringe.
A proposito di Seconda Repubblica. Vi ricordate i movimenti antiberlusconiani di cui sopra? I Girotondi si costituirono nel 2002. In carica c'era il Berlusconi II, che durò incontrastato fino al 2006. Nel 2008 le elezioni riconsegnarono il Paese al Berlusconi IV, che fu fatto fuori solo grazie alle ingerenze del Sacro Spread e de (ノ ゚ー゚)ノI M E R C A T Iヽ(゚ー゚ヽ). Nel 2012 il governo Renzi consegnò a un Berlusconi già condannato in via definitiva un ruolo in maggioranza e addirittura la possibilità di riscrivere la Costituzione. Oggi, il suo cadavere in ormai avanzata decomposizione è ancora lì, a concorrere e tuonare contro sempre più improbabili dittature comuniste e complotti giudiziari. Insomma: gli antiberlusconiani si sono estinti prima di Berlusconi.

Quindi, care Sardine, tiratela davvero fuori, questa politica con la P maiuscola. Reclamate lo spazio decisionale del potere popolare, la sua supremazia rispetto alla finanza e agli indicatori economici, la sua capacità di determinare davvero un cambio di prospettiva che permetta di conciliare benessere diffuso ed ecologia. Perché "politica con la P maiuscola" non è pretendere che i politici non dicano le parolacce, e nemmeno gravitare intorno ai supremi garanti dello status quo; perché se l'uomo forte, invece di essere un omone tracotante che mangia Nutella e dal balcone di Facebook manda i buongiornissimokaffè, è una signora distinta in giacca e cravatta con due lauree e tre master, sempre uomo forte è.

O invece di bloccare e contrastare Annatar non farete altro che concentrare, nella percezione dei salviniani, tutta l'opposizione al suo dominio mediatico nell'unico contenitore ideologico al mondo in grado di risultare più indigeribile di lui.

La Politica con la P maiuscola è quella che reclama la sua supremazia rispetto a finanza e indicatori economici.

Sì, lo so, l'entusiasmo della prima ora, l'oggettiva bellezza del vedere così tante persone organizzarsi e mobilitarsi spontaneamente e scendere in piazza per contrastare l'ondata reazionaria, ecc. ecc. Ma per chi di voi tracima di ottimismo nei confronti delle Sardine, ho solo due parole: Popolo Viola. 

Vi dice qualcosa? Niente? Appunto.

7 nov 2019

[Recensione/Rant] Joker - Una proposta di analisi di classe

Andiamo a comandare

Lo ammetto: non sono un fan del mondo dei supereroi. Non amo come la continuity di questi macrouniversi continui a venire riscritta e rebootata al punto che nessuno dei personaggi ha davvero un'identità e una storia definite; non amo l'uso eccessivo di universi alternativi e resurrezioni e intrighi spaziotempodimensionali; non amo il tipo di supereroe che, forte di superpoteri spesso acquisiti per nascita o per fortuna o tramite a portafogli senza fondo, si erge solo apparentemente al di sopra della legge, punendo la criminalità comune o supercattivi senza mai mettere in discussione lo status quo dietro ad essi (vedi Tony Stark, che essendo mercante d'armi dovrebbe essere il primo ad essere steso da un supereroe-vigilante); è un mondo che ho sempre faticato a prendere sul serio.

Eppure, mantengo una certa simpatia verso alcuni di questi franchise. Uno è Spiderman. Un altro è The Punisher, anti-eroe violento e pragmatico che a mio avviso meglio incarna il tipo di psicopatia e di metodi che realisticamente userebbe uno che voglia ergersi a vigilante anticrimine. Poi c'è PK, perché OVVIAMENTE. Infine, Batman.

Con Batman però il mio rapporto è strano. Ne ho visti i film, sia la serie animata classica che quella ambientata nel futuro, ho giocato a quasi tutti gli (eccellenti) giochi della serie Arkham, è il lore che conosco meglio. Io però detesto Batman. Detesto la sua falsa moralità, con cui adotta metodi da polizia segreta nascondendosi dietro il "non uccidere mai nessuno" (in una città talmente lurida, corrotta e irredimibile che, se davvero vuoi salvare la vita alle persone Joker dovresti strozzarlo alla prima bomba). Lo considero un sociopatico che agisce esclusivamente per placare il suo trauma personale, e infatti ignora i crimini dei colletti bianchi o della polizia corrotta o dell'imprenditoria spregiudicata (di cui del resto fa parte), di fatto diventando un'incarnazione della power fantasy della borghesia americana benpensante, un Cavaliere dello Status Quo. Ma adoro i suoi nemici, e adoro la dinamica fra lui e il Joker che, soprattutto nelle incarnazioni di Hamill e Ledger, ne evidenzia e ridicolizza l'ipocrisia e lo costringe continuamente a mettersi in discussione.


Vesti la giubba e la faccia infarina.
La gente paga, e rider vuole qua.
E se Arlecchin t'invola Colombina,
ridi, Pagliaccio... e ognun applaudirà!
Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto;
in una smorfia il singhiozzo e 'l dolor...
Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto!
Ridi del duol che t'avvelena il cor!

Ecco, Joker è il film che guarda a Gotham e alla famiglia Wayne dalla stessa prospettiva mia. Non è un film per puristi, perché si distacca moltissimo dalla tradizione dell'universo Batman; ma come dicevo, nel mondo dei supereroi parlare di continuity e fedeltà all'originale (quale delle settemilaquattrocentosessantanove incarnazioni delle stesse storie? Ah, pardon, intanto che scrivevo sono diventate settemilaquattrocentosettanta) è come parlare di verginità nella carriera di una pornostar specializzata in gangbang sadomaso.

E in questo senso, prendendolo cioè come film a sé stante, l'ho trovato sorprendentemente intenso e stimolante. Ritrae con maestria la discesa di un uomo nella pazzìa, man mano che i suoi punti fissi, le sue reti di supporto, le sue speranze lo tradiscono e gli cadono intorno una ad una. Arthur Fleck (questo il nome qui dato al futuro Joker, magistralmente interpretato da un Joaquin Phoenix colossale) non è un uomo inerentemente malvagio: è piagato da un disturbo mentale che gli causa improvvisi e incontrollabili attacchi di riso, e da una storia di povertà, isolamento e abuso che lo rendono instabile e socialmente inetto, ed è per questo emarginato, manipolato e bistrattato tanto dalle persone vicine a lui quanto, in generale, dalla società.

Impiegato come clown sotto agenzia, sogna di diventare un comico da stand-up (la madre, come giustificazione per la sua risata isterica, gli diceva che era destinato a portare gioia nel mondo), ma dopo una serie di aggressioni e delusioni trova l'ilarità che ha sempre voluto ispirare nel caos e nella vendetta.

Ma, ovviamente, c'è di più, o non ne starei parlando in un articolo con questo sottotitolo. Sotto questo studio psicologico intimamente personale, si muovono correnti tematiche che aspirano a dire qualcosa di più.

Da qui in avanti, SUPER MEGA SPOILERS

La trama nasce nel contesto di una Gotham lurida (significativa la metropolitana, piena di graffiti e illuminata da lampade difettose e sfarfallanti), povera, ineguale a un livello che sembrerebbe quasi parodistico se non fosse perfettamente rappresentativa di molte città americane, sconvolta da scontri sociali, scioperi, delinquenza giovanile, tagli alla sanità e ai servizi sociali (un clima che rimanda al periodo Reagan). Questo contesto è presentato solo con accenni e spunti, e non è né motore né movente della trasformazione del protagonista; ne è, piuttosto, sfondo e concausa, nel senso che Fleck ne è influenzato e coinvolto come il resto della cittadinanza: quando il comune chiude il centro di supporto psicologico, Arthur perde non solo la sua unica valvola di sfogo ma anche la sua unica possibilità di accesso agli psicofarmaci che lo aiutavano a mantenere una stabilità.

Queste sottocorrenti si muovono con dinamiche sorprendentemente realistiche. L'esempio principe si svolge quando i tre impiegati di Thomas Wayne vengono uccisi in metropolitana, e la classe borghese e i suoi media reagiscono subito in modo vittimistico: li definiscono innocenti, bravi ragazzi gentili ed educati barbaramente uccisi da un pazzo assassino (mentre noi spettatori sappiamo che in realtà essi avevano molestato una ragazza su quello stesso treno e si erano accaniti su Arthur pestandolo senza alcun motivo); cercano di dare un colore politico a un fatto di criminalità comune (che, peraltro, un buon avvocato sarebbe facilmente riuscito a far derubricare a legittima difesa) per mettere in cattiva luce le proteste del proletariato urbano, cercano arbitrariamente di fondere quegli omicidi con l'ondata di odio di classe che sta percorrendo Gotham. Il commento sulla vicenda del ricchissimo industriale (e candidato sindaco) Thomas Wayne, in particolare, equipara l'omicida a tutti quei poveri che provano risentimento verso i super-ricchi, e li definisce "clown invidiosi della gente che nella vita ha prodotto qualcosa".

Insomma: nel momento in cui la vittima di uno delle decine di omicidi che certamente si verificano continuamente a Gotham è un uomo in giacca e cravatta proveniente dall'ambiente della borsa, l'apparato dello status quo se ne sente minacciato e reagisce ridicolizzando e paternalizzando intere fasce della popolazione. Questa reazione classista, più del fatto di cronaca in sé, genera la rabbia, la rivolta, l'identificazione popolare con la figura del clown.

"Se al posto loro ci fossi stato io, morto sul marciapiede, mi avreste camminato sopra."

Un discorso simile si ha quando i manifestanti aggrediscono due poliziotti in metropolitana, e i media raccontano con dovizia di moraleggiamenti l'accaduto dimenticando sistematicamente di divulgare come fossero stati proprio i due poliziotti i primi ad estrarre la pistola in una carrozza affollata e ad aprire il fuoco su un civile (nemmeno una parola, una sola parola, sul manifestante ucciso).

Ancora più tagliente si fa la sottotrama di Murray Franklin, comico e presentatore di uno dei tanti, insipidi late show tutti uguali di cui la la classe media liberal-progressista ama riempirsi petto e narici. Murray, inizialmente, è l'idolo comico di Arthur, che immagina in lui un surrogato di figura paterna; ma quando durante il suo primo, fallimentare spettacolo Arthur ha un attacco di riso, Murray, professionista di lunga fama e riconosciuto talento che siede da anni su un potentissimo scranno mediatico, non ci pensa due volte a pubblicarne il video e a insultarlo, a mettere in ridicolo davanti a milioni di persone non un potente, come sarebbe il ruolo di un satiro, ma un comico dilettante e malato di mente alla sua primissima esibizione in un piccolo bar dei bassifondi. Quasi come alcune personalità facebookiane moderne, com'è che si chiamano? Mister Disintegrare? Borioni? Non ricordo...

Di fronte a tutto questo, i gesti eclatanti di un uomo matto e disperato, che più di ogni altra cosa cerca aiuto e calore umano, che si impegnava con tutte le sue forze nel cercare la realizzazione tanto promessa dal sogno americano, assumono ai nostri occhi di pubblico il carattere del "you get what you fucking deserve"; e agli occhi di una massa (quella dei "clown" di Gotham) composta in chissà quanta parte da persone in condizioni simili alle sue, gesti che tutto hanno di personale e nulla hanno di politico assumono un carattere rivoluzionario. Solo in seguito il protagonista, nella sua nuova persona che abbraccia il disturbo mentale e la maschera da pagliaccio, trova (o forse solo immagina?) il riconoscimento e l'ammirazione che ha sempre cercato. 

In questo contesto, i genitori del piccolo Bruce Wayne sono cortigiani aristocratici che cadono, innocenti ma solo fino a un certo punto, sotto la ghigliottina cieca della rabbia robespierriana, mentre il futuro Batman, in una sequenza che sembra un diretto omaggio al film di Tim Burton, figlio dello status quo, beneficiante dello status quo, trova la scintilla che lo porterà ad ergersi a salvaguardia restauratrice dello status quo.

A questo link un interessantissimo articolo di leftvoice.org

Joker non giustifica né incoraggia la violenza di piazza. Il fatto che certi critici e certi incravattati abbiano voluto interpretarlo in questo modo dice moltissimo, e mi ricordano un po' proprio un Thomas Wayne che invece di dire "clown invidiosi" dice "incels, racists and angry white men". Però, spinge a vedere il mondo attraverso gli occhi di un reietto fra i reietti, invece che attraverso quelli di un supereroe. Una volta depositato il crudo orrore dell'atto violento, lascia quel retrogusto agrodolce, quel sapore particolare che prova chi, pur contrariamente alla propria stessa morale e alle regole sociali che sente di voler difendere, si sorprende a pensare che, forse, sotto sotto, almeno un pochino, "they got what they fucking deserved".

Ma non è nemmeno un film rivoluzionario, che invita all'azione di massa tramite una sistematica critica anticapitalista o che suggerisca una randomica rivolta furibonda come soluzione giusta e praticabile. Il fatto che Todd Philips insista così tanto sul fatto che non tutto ciò che vediamo possa essere reale 1 sembra quasi un modo per distanziarsi, per nascondere qualunque possibilità di presa di posizione politica dietro un gigantesco disclaimer paraculo. Joker è una storia innanzitutto personale e psicologica in cui lo sfondo, il filone narrativo secondario di satira del mondo neoliberista, assume semmai un carattere di avvertimento. La Storia ci insegna che, quando le tensioni sociali montano e la massa non-possidente acquisisce la netta sensazione di non avere alcuna prospettiva di futuro, basta una scintilla, un fatto di cronaca, un incidente, un leader-per-caso particolarmente sociopatico, un "che mangino brioche", un "siete ancora oggi come sempre dei poveri comunisti", perché inizino a cadere teste; e la situazione attuale, soprattutto negli USA, non è poi molto diversa da quella di Gotham. 

Quindi forse dovrebbero essere grati che la protesta, nei Paesi occidentali, si sia concretizzata solo in voti a forze finto-sovraniste che hanno a malapena incasinato un po' il debito pubblico, invece che nell'erezione di ghigliottine nelle piazze.

1 Todd Philips ama giocare sulle ambiguità del film, sullo status di unreliable narrator del protagonista e sulla tradizione del Joker come un personaggio che ama reinventarsi la propria storia ogni volta che la racconta, per lasciare aperta la possibilità che non tutto ciò che vediamo nel film sia successo veramente (forse Arthur Fleck si è inventato tutto mentre si trova nell'ospedale psichiatrico, o magari è stato ispiratore di o ispirato a il Joker "vero" mentre lui è solo un cittadino qualsiasi che mai avrà a che fare col Batman).

Ma io scelgo di ignorare e non dare alcuna importanza a questo aspetto. Per tre motivi: in primis, perché l'idea che sia "tutto un sogno" renderebbe l'intero film completamente inutile; in secundis, perché i messaggi e i temi che rendono l'opera interessante sono nella storia che vediamo, che questa si svolga o meno interamente nella testa del suo protagonista è del tutto irrilevante a questo fine; in tertiis perché, come già ebbi modo di scrivere in un'altra occasione, ritengo che un'eccessiva ambiguità e un'eccessiva libertà di interpretazione di un'opera d'arte facciano sì che essa acquisti un senso solo nella testa del fruitore, e quindi non ne abbia alcuno di per sé (ovvero che sia un'opera, appunto, insignificante) ↩

24 set 2019

[Rant] "You have stolen my dreams"


Devo ammetterlo, ho un'opinione abbastanza incerta sulla questione Greta Thunberg.

Da un lato, mi sorgono sempre molti dubbi quando una protesta viene personalizzata e pompata mediaticamente fino a questo punto, fino al punto di far parlare una sedicenne autistica all'ONU, perché tipicamente è una tecnica funzionale a farne una valvola di sfogo per istituzionalizzare e monetizzare il dissenso, dirottandolo su un binario certo positivo ma tutto sommato innocuo; non posso non notare come le parole d'ordine del "suo" movimento siano sempre incentrate sulla green economy (termine deliziosamente ossimorico), sugli investimenti, sugli sforzi politici e individuali, senza mai toccare le responsabilità del sistema economico nel suo complesso, cui non si può sperare di affidare la risoluzione di un problema da cui trae profitto.

Dall'altro, è indubbio che i "suoi" sforzi stiano contribuendo visibilmente a sensibilizzare la popolazione sul tema. Un dispiegamento di giovani ampio e organizzato come quello dei FridaysForFuture non può che essere positivo: non solo perché la massa è tale che finalmente potrà iniziare ad esserci qualche cambiamento, ma perché c'è del terreno fertile affinché, dal comprarsi una borraccia e un sacco di tela per la spesa, si faccia il passo successivo e si arrivi a comprendere la responsabilità strutturale del sistema economico capitalista e del modello di sviluppo insostenibile che necessariamente esso richiede.

Il semplice fatto che le priorità del discorso politico e dell'elettorato stiano mutando, che l'ambientalismo stia finalmente diventando importante quanto l'immigrazione e il "orange man bad", è potenzialmente rivoluzionario. 

Tardivo e fastidioso, per chi, come noi socialisti e come l'interezza della comunità scientifica globale, questi argomenti li agita da tre-quattro decenni, e adesso si dimena rabbiosamente in una vasca piena di impotenti "ve l'avevamo detto", ma potenzialmente rivoluzionario.  

Tardivo e ridicolo, per chi, come noi socialisti e come l'interezza della comunità scientifica globale, queste soluzioni le propone da decenni, venendo accolto da un coro unanime di risposte perfettamente identiche a quelle che oggi sono appannaggio esclusivo di giornali-spazzatura come Libero, o di abissi senza fondo di nulla intellettivo come Vittorio Feltri e Donald Trump, ma potenzialmente rivoluzionario.

C'è del terreno fertile affinché, dal comprarsi una borraccia e un sacco di tela per la spesa, si faccia il passo successivo e si arrivi a comprendere la responsabilità strutturale del sistema economico e del modello insostenibile che richiede.

(Per dire, l'altro giorno su YouTube ho visto una pubblicità di SilverCare che presentava uno spazzzolino da denti con la testina sostituibile, e si vantava di quanta plastica si risparmiasse in questo modo. Tutto molto bello, ma Beppe Grillo (certo non un marxista-leninista) parlava esattamente di questo già nel lontano 1993, portando a esempio prodotti analoghi commercializzati in Svizzera. Ci sono voluti VENTISEI ANNI, perché UNA azienda pubblicizzasse quell'idea come se fosse un'innovazione, un'idea semplicissima che avremmo potuto (e dovuto) rendere obbligatoria per legge a livello europeo) 

Ma c'è qualcos'altro. Soprattutto, di Greta Thunberg, mi ha colpito il discorso dell'altro giorno all'ONU. Al netto di tutte le considerazioni su quanto stia venendo manipolata e monetizzata, nei suoi occhi, nella sua voce, nella rabbia lacrimante con cui ha parlato. quel «you have stolen my dreams with your empty words, and all you can talk about is money and fairy tales of eternal economic growth». Ho percepito qualcosa che mi ha toccato nell'animo. In quel "How dare you?", quel ringhio di odio impotente, dovrebbe stare l'inno, il motto della mia generazione.

L'odio impotente che noi millenials e gen-z abbiamo da riversare sulla generazione che ci ha preceduto; che ci ha cresciuti nel benessere insostenibile in cui loro hanno vissuto per tutta la vita, che ci ha ingozzati di sogni irrealizzabili, di classismo lavorativo, di distrazioni superflue spacciate per prosperità, solo per poi scaricarci, una volta giunti all'età adulta, in una società, un sistema, persino un ambiente naturale essiccati, prosciugati, ostili, morenti, letteralmente invivibili, eppure spacciati come il migliore dei mondi possibili. Che ci ha reso impossibile renderci indipendenti, eppure ci colpevolizza per questo, che ci ha spinti a formarci per decenni solo per poi dirci che siamo troppo vecchi e che "alla tua età io ero già sposato con due figli", mentre noi elemosiniamo stage, contratti precari o lavori sottopagati e senza diritti.

Tutto questo ci lascia, superata la soglia dei trent'anni o a due passi dalla soglia della maggiore età, con una sola domanda: che cazzo di senso ha?
Che senso ha continuare a vivere secondo i vostri schemi, se il mondo che li rendeva possibili semplicemente non esiste più?
Che cazzo di senso ha passare decenni a studiare e far carriera in vista di una vecchiaia serena, se il sogno di una pensione dignitosa ci è totalmente precluso? Che cazzo di senso ha procreare se ai nostri figli non potremo dare nemmeno la metà di ciò che abbiamo avuto noi, ivi compresa la prospettiva di un futuro in cui il genere umano non sia estinto? Che cazzo di senso ha lavorare 40, 50 ore a settimana, bruciando le nostre esistenze fra alzatacce, concorsi e preparare tupperware, se al momento di raccogliere i frutti di tutto questo sacrificio la Terra intera sarà probabilmente nel bel mezzo di un Mass Extinction Event? Che cazzo di senso ha continuare a vivere secondo i vostri schemi, se le condizioni che li rendevano possibili semplicemente non esistono più?

E vi lamentate che preferiamo spendere per Netflix e per la PlayStation 4 invece che per investire o figliare? Dovreste essere contenti che ci distraggono, e che ancora ci aggrappiamo ad una flebile speranza che le cose possano migliorare, o la logica ci suggerirebbe di sprofondare in un edonismo sfrenato e disperato, per poi andarcene con la dignità di Mazzarò.
E vi sorprendete che siamo insofferenti all'autorità, che sempre più di noi abbracciano filosofie estremiste o ribelli? Dovreste essere grati che non abbiamo ancora eretto ghigliottine in piazza. 

Anzi: dovreste spronarci a farlo.

30 ago 2019

[Rant] Siate curiosi - nonostante tutto

Nella mia duplice attività lavorativa a contatto con studenti, una delle cose che più mi impegno a cercare di trasmettere ai ragazzini è la passione, la curiosità, il senso di meraviglia che deriva dall'imparare, l'importanza della cultura e della conoscenza a prescindere da tutto. Perché, più di ogni altra cosa, ritengo che per un cittadino sia fondamentale restare curiosi, nonostante la scuola.

Sì, nonostante la scuola. Il sistema d'istruzione italiano, pur con i suoi numerosi e innegabili pregi, è purtroppo largamente improntato a un insegnamento nozionistico fine a sé stesso, mentre le più recenti riforme hanno invece cercato di muoverlo in senso biecamente utilitaristico, mirato cioè all'immediata spendibilità nel mondo del lavoro. Insomma, una delle peggiori combinazioni possibili. Aggiungiamo un corpo docente spesso tragicamente inadeguato, e il quadro risulta drammaticamente desolante.

Intendiamoci: esistono insegnanti straordinari, vivi di sincera passione per la loro materia, in grado di trasmettere non solo le nozioni previste dal programma ma anche quella gioia e quel trasporto che illuminano loro gli occhi mentre spiegano, con cui si complimentano con un alunno che riesce bene e spronano a migliorare un altro in difficoltà, come una sorta di virus benefico che dovunque riesca ad attecchire trasforma per il meglio i giovani. Da questo punto di vista, io posso dire di essere stato fortunato, perché ne ho avuti parecchi: le mie passioni per l'inglese, per il latino, per la storia dell'arte, per la politica, per la letteratura, per le religioni orientali, per Yukio Mishima, per l'antropologia, per la storia ecc. hanno la loro radice in nomi, cognomi e facce ben precisi, verso cui nutro una gratitudine infinita, verso cui ho un debito che non potrò mai davvero ripagare.

Insegnanti di questo tipo esistono, e sono un inestimabile patrimonio dell'umanità che viene riconosciuto troppo poco.

Ma diciamoci la verità: come esistono questi fulgidi esempi, esistono anche gli estremi opposti, ovvero persone in grado, con le loro scarse qualità umane o professionali, di rendere irreversibilmente odiosa e incomprensibile qualsivoglia disciplina.

Per come è strutturata, spesso la scuola italiana compartimentalizza e sfianca la naturale curiosità dei ragazzi, svilendola in un'attività meccanica volta solo alla prossima  interrogazione; e quando si cerca di giustificarla a giovani comprensibilmente annoiati e con la testa altrove, tutto quello che si riesce a dire è: 

"se non studi poi non arriverai da nessuna parte nella vita".
Questa è la cosa peggiore che si possa dire.


Innanzitutto, perché si sminuisce lo studio ad attività rozzamente utilitaristica. Deve essere fermamente rigettato qualsiasi discorso che parta dal presupposto che la scuola debba sfornare ragazzetti impacchettati a puntino al solo fine di accontentare un mercato del lavoro che della loro qualità umana se ne frega. Non solo: formare un ragazzo solo per renderlo appetibile quando dovrà vendersi a un qualche padrone significa formare non un cittadino, ma un utensile, un attrezzo con una data di scadenza, che sarà gettato via nel momento in cui un'innovazione tecnologica o un mutamento del mercato renderanno le sue competenze obsolete; al contrario, una persona capace della passione e del discernimento necessari per imparare continuamente ("per essere in grado di leggere un manuale", come dice spesso Marco Rizzo) sarà sempre in grado di ri-formarsi e di adattarsi ai cambiamenti del mondo.

In secondo luogo, perché si fomenta un sentimento che sboccia in domande ovvie e, dato il contesto, perfettamente sensate: ma a cosa mi serve? A cosa mi serviranno mai le disequazioni di secondo grado e la storia dei popoli precolombiani, nella vita, se tanto da grande voglio fare il calciatore? Ma a cosa mi serviranno mai il latino o la filosofia, se tanto poi voglio fare il programmatore? Se poi la scuola stessa vira drammaticamente verso quello scopo, ad esempio con l'alternanza scuola-lavoro, come si fa a dargli torto? E come si fa poi a stupirsi per quei "milanesi imbruttiti" di quelle famose interviste su Facebook?

Io dico di no: io dico che la conoscenza, qualunque conoscenza, è di per sé stessa nobile e degna di essere ricercata, a prescindere da qualunque altro fattore. Io dico che sapere l'aramaico antico o il funzionamento del sistema cardiocircolatorio sono cose nobili e lodevoli anche se poi di mestiere si fa il fabbro. Io dico che saper discernere il giusto tempo di cottura per una lasagna o ricordare a memoria la discografia di John Coltrane o il To Be Or Not To Be in lingua Klingon sono cose nobili e lodevoli anche se poi di mestiere si fa il neurochirurgo o l'amministratore delegato.

Specializzazione e settorializzazione sono per le macchine,
non per gli esseri umani.

Io dico che non esistono "arti alte" o "arti basse", e che qualunque fruizione di prodotti dell'intelletto umano, da Fabio Volo a Marcel Proust, dal cinema concettuale a Love Live!, è di per sé stessa positiva. Sarà la fruizione stessa a rendere sempre più esigente e raffinato il vostro gusto.

Io dico che non siete il vostro lavoro o il vostro titolo di studio o il vostro "cosa vuoi fare da grande": siete delle persone con delle capacità intellettuali enormi, di cui il lavoro è solo una delle applicazioni.

Io dico che l'infinità della meraviglia e della gioia che si possono ricavare dalla natura, dal proprio corpo, dalla storia, da ogni campo del sapere e dell'attività manuale umana, è troppo grande per poter mai, davvero, essere soddisfatti del punto che si è raggiunto. Io dico che se il nostro cervello è biologicamente programmato per secernere un ormone quando impariamo qualcosa, e se quell'ormone ci dà dipendenza, un motivo c'è. Come una droga inebriante che non dà effetti collaterali al di fuori di un'inestinguibile voglia di vivere.

Io dico che il sapere, la conoscenza, il piacere che ci viene dallo scoprire, dall'imparare, sono una delle più grandi gioie che ci sono concesse in questa futile valle di lacrime, in questo mondo pieno di tribolazioni e persone che non mettono la freccia in rotonda, e che perdere la pulsione verso quella gioia è uno dei più grandi mali che si possano arrecare a sé stessi.

Io dico che essere buoni cittadini, buoni esseri umani, è molto più importante che essere buoni ingranaggi della grande macchina. 

Io dico che saper interpretare la realtà, in quante più forme possibile, sia il modo migliore per diventare in grado di tutelarsi dagli inganni del potere, dei falsi miti di progresso, dei delinquenti, dello status quo, degli sfruttatori, del sociale spacciato come naturale. Insomma, per prendere le decisioni più giuste per la propria felicità.

Siate curiosi. Sempre.
 Nonostante la scuola. Nonostante il lavoro. Nonostante la vita.

13 lug 2019

[Rant] Salvini/Annatar è davvero così diverso dagli altri?

Salvini si è erto a babau supremo per larga parte del mondo della sinistra. Non senza ragione, rappresentando egli un concentrato di tutto ciò che la sinistra progressista si fregia di non essere. Temo, però, che ci sia molto di malaccorto nei modi e spesso anche nei contenuti di questa contrapposizione. 

Quei famosi selfie-beffa sono emblematici, da questo punto di vista: una ragazza finge di voler fare una foto con lui, e poi bacia un'altra ragazza, forse pensando così di fargli un dispetto, di scandalizzarlo. È come se ormai, negli occhi dei suoi oppositori, Salvini fosse una figura su cui proiettare ogni forma possibile di Male, ivi compresa un'omofobia più caricaturale di quella dei suoi sostenitori, anche a costo di trasformarlo in un villain cartoonesco esponenzialmente peggiore di quello reale.

Non mi stancherò mai di dirlo: se pensate di fargli un dispetto con un bacio omosessuale, state combattendo una battaglia immaginaria, con armi immaginarie, contro un nemico immaginario. A Salvini non importa una beneamata corba di belino degli omosessuali. Come non gli importa delle unioni gay, dei Rom, di Fabio Fazio, della marijuana, della legittima difesa (la legge che ha fatto è uguale al 95% a quella precedente), oserei ipotizzare che gli importi abbastanza poco anche dei migranti (come dimostrano i fatti che abbia fatto meno rimpatri di Minniti, che i suoi maggiori alleati europei siano persone contrarie ai ricollocamenti, e che quando in UE si discute di rimpatri fra ministri lui preferisca fare comizi e comparsate televisive).

Il leader della Lega fa queste sparate per lo stesso motivo per cui si è tirato dietro fenomeni da baraccone come Pillon e Fontana: per conquistare le fasce più reazionarie delle popolazione (lanciando esche, vermi per fargli credere di essere uno di loro), ma anche per lanciare lepri rumorose ma con pochissima ciccia dietro cui far correre la sinistra per poterla mettere in ridicolo. È la strategia che il partito repubblicano americano adotta da anni.


Ah, Saviano, Saviano. Sempre pronto ad abboccare all'amo come l'ultimo dei fessi.
Prendiamo, ad esempio, quella famosissima sparata sul censimento dei Rom. Ve la ricordate? Giugno 2018. I riferimenti al fascismo e all'olocausto hanno iniziato a piovere dopo 4,72 secondi netti. Mentana ci ha fatto tipo trentordici post citando giornali del Ventennio. Ecco, prendiamo quel caso ad analisi e ad esempio.

Step 1: Fare una sparata con toni e parole irricevibili, proponendo una soluzione semplice e populista per problemi drammaticamente complessi ma anche drammaticamente reali e spesso ignorati; questo per aizzare sia la componente razzista del proprio pubblico (che c'è, non neghiamolo) sia la reazione dei propri avversari (tragicamente ingenui e prevedibili), ben conscio di essere in un momento storico in cui, quando il mainstream dei media e della politica dice una cosa, buona parte del pubblico inizia a pensare l'esatto opposto per ripicca.
Step 2: Correggere il tiro, per riprendere la parte più moderata del proprio pubblico (che c'è, non neghiamolo) e per dar loro un punto d'appoggio per attaccare giornali, opinionisti e altri avversari, ritenuti prevenuti nei suoi confronti.
Step 3: Tirare fuori una volta in cui la sinistra liberal-rosé ha fatto o detto qualcosa di molto simile, rivelandone quindi l'ipocrisia (spesso assolutamente reale) e instillando dubbi e simpatie nell'elettorato più fluido e disilluso.
Step 4: PROFIT!
Step 5: Dopo tutto questo remescio, a un anno di distanza ha poi fatto qualcosa contro i Rom? Qualcosa di concreto, sul piano delle leggi e non delle parole o dei Tweet? Spoiler alert: no.

Ora, guardate i titoli di giornale di fine maggio. Dopo aver conquistato uno spaventoso 34% alle europee, in continua crescita peraltro stando ai sondaggi, come ha deciso di capitalizzare questo enorme peso elettorale? Deportazione dei Rom? Leva obbligatoria? Blocco degli sbarchi? Più poteri alla polizia? Abolizione delle unioni civili?

No: mentre la sinistra è ancora impegnata ad abbaiare a ombre nere per il libro pubblicato con Altaforte, a strapparsi i capelli per gli insulti a Saviano, a gongolare per quella battuta infantile della Gruber sul mazzo di fiori (incidentalmente: madonna Lili ma dove cazzo sei, all'asilo?), Salvini sta spingendo la TAV, la sospensione del codice per gli appalti, la flat tax, e un nuovo condono fiscale. Ovvero: la prosecuzione delle solite politiche economiche di destra che Berlusconi prima e Renzi dopo hanno portato avanti per tutto l'ultimo ventennio.

Mettiamocelo in testa. Sia chi lo vede come un pericoloso portatore di medioevo e caos, sia chi lo crede il campione che sfonderà l'Europa e salverà le classi popolari. La Lega di Salvini è un partito PERFETTAMENTE di sistema, PERFETTAMENTE inserito nelle logiche e nei meccanismi del potere capitalista. Un partito che usa un continuo scalpiccìo di sparate becere (che si accordano accuratamente e deliberatamente alle correnti del "senso comune" come emergono da Facebook e Twitter) per sollevare un polverone di scontri furibondi su questioni civili, dietro al quale nascondere politiche economiche vecchie e a tutto vantaggio dei padroni. Esattamente come Trump. Lui e il PD, esattamente come Trump e Clinton, sembrano alternativi, la scelta fra la civiltà e la barbarie, ma altro non sono che un conflitto fra diverse fasce della borghesia, fra politiche economiche e estere sostanzialmente poco dissimili.



PS: Mi sono rotto già di scrivere "Salvini". Devo trovargli un soprannome.

Berlusconi, dopo un po', ho iniziato a chiamarlo Ungoliant: un nemico più viscido e disgustoso che realmente malvagio, che si accoppia e poi divora i suoi compagni, e che alla fine muore mangiandosi da solo nella propria insaziabile ingordigia. Ecco, forse Salvini dovrei chiamarlo Annatar, Signore dei Doni, la forma che assunse Sauron nella Seconda Era. Fingendosi benevolo e pacificatore, elargendo doni e promettendo di trasformare la Terra di Mezzo in una nuova Valinor, diffondendo a Numenor nuove religioni e voci di cospirazioni dei Valar e degli Elfi contro gli Uomini, riuscì a convincere i fabbri dei Noldor, suoi nemici, a forgiare gli anelli del potere. Però era sempre Sauron. Gorthaur. Quello che si inginocchiava a Morgoth e che dopo la Guerra d'Ira è andato strisciando a chiedere pietà dall'araldo di Manwë. Quello che ha vinto a malapena in una gara di canti contro Finrod Felagund prima di farsi mettere sotto da un cazzo di cane (Huan, mastino dei Valar; cui, di nuovo, implorò pietà piagnucolando). Quello che, se i suoi avversari non fossero stati così coglioni (Elrond, Celebrimbor, numenoreani ecc.) o conniventi (Saruman ecc.), non sarebbe mai riuscito a salire al potere.

Sta bene come cosa anche perché il suo padrone, Melkor, non sarebbe riuscito a fare granché senza Ungoliant.

Da qui innanzi, su queste pagine egli avrà il nome di Annatar.

13 apr 2019

[Recensione\Rant] Loom, e le mie gioie da retrogamer

Ho passato due post a mugugnare sulla difficoltà dei giochi retro e su quanto io reputi arcaico un certo tipo di game design basato sul trial & error, certamente guadagnandomi lo scherno dei vecchi campioni delle sale giochi e dei pro gamer di Dark Souls, DOTA e CS:GO. Ed è giusto, ci sta. In fondo hanno ragione. Ho accettato il fatto che moltissime persone vedono il videogioco in maniera diametralmente opposta alla mia, e che alcune considerano il proprio agonismo videoludico come un'estensione della propria mascolinità.

Ma finito il coro di "Git gud" scanditi ritmicamente con ampi gesti in direzione del pacco, permettetemi di sedermi su questa comoda poltrona, di indossare il cilindro, di mettere su un vinile del Lago dei Cigni di Čajkovskij (Op. 20) e di raccontarvi, mentre sorseggio un buon Chianti, cosa intendo io con retrogaming, con "bei giochi di una volta", con nostalgia per un'epoca passata. 


Nel feudo di Skywalker Ranch, stava nascendo una corrente di game design che cercava la profondità e la memorabilità dell'esperienza videoludica non nella difficoltà e nella ripetizione, ma nei dialoghi, nell'umorismo, nei personaggi, nell'immersione, in una colonna sonora sofisticata; che credeva che un gioco dovesse essere completato, perché una storia trova davvero il suo senso solo nella propria conclusione, che quello di tutorializzare le proprie meccaniche non fosse un concetto per fighette, e che la difficoltà non dovesse passare necessariamente per la punizione.

Enter Brian Moriarty. Siamo nel 1990, anno di Super Mario World e del terzo album dei Blind Guardian. La LucasArts (allora "LucasFilm Games") aveva dato la possibilità a questo giovane game designer (già autore per la Infocom di alcune avventure testuali) di dare vita alla propria visione.

Un mondo fantasy popolato da gilde che hanno portato il proprio lavoro al livello di arte mistica. Una, in particolare, quella dei Tessitori, era giunta ad essere in grado di vedere e intessere nel ricamo della realtà stessa, intonando incantesimi musicali di quattro note. Ma la gilda, isolata da generazioni, sta iniziando a morire, mentre il Telaio e il Grande Arazzo profetizzano il prossimo arrivo di una Terza Ombra che getterà il mondo nel caos.
Una donna, Lady Cygna, usa i poteri del Grande Telaio per dar vita a un figlio, Bobbin Threadbare, e viene per questo esiliata al di là della Trama del mondo dagli anziani, troppo interessati a mantenere pedissequamente il corso degli eventi previsto dal Telaio per rendersi conto delle minacce incombenti.
Il giorno del suo diciasettesimo compleanno, Bobbin viene convocato alla presenza del consiglio. Lì, nascosto, assiste sbigottito alla punizione della sua vecchia madrina Hetchel, che gli anziani trasformano in un uovo per aver addestrato Bobbin nonostante i loro espressi divieti. Improvvisamente, un cigno sfonda la finestra della sala, e con un canto di trascendenza trasforma l'intera gilda in uno stormo dei bianchi volatili. Rimasto solo con Hetchel, Bobbin intraprende un viaggio fuori dall'isola dei tessitori, all'inseguimento dei cigni e alla scoperta del mondo, che lo porterà a entrare in eventi e macchinazioni su cui si regge il destino del creato.

Quasi tutti gli screenshot su questa pagina sono presi da Lucasdelirium, che ha scritto un eccellente articolo su Loom.
Con occhi moderni può non sembrare, ma Loom, all'epoca, fu rivoluzionario. Grazie all'uso del dithering e al duro lavoro di Mark Ferrari, che si ispirò allo stile de La bella addormentata nel bosco, mai i 16 colori EGA erano sembrati così profondi e vibranti, con animazioni così ricche e complesse (Steve Purcell fece dei miracoli, per l'epoca). Mai si era sentita una colonna sonora così elaborata (non a caso, presa di peso da Čajkovskij e arrangiata con immensa fatica per il protocollo MIDI e per schede audio che oggi, nell'epoca dell'audio lossless, sembrano quasi preistoriche).  

Loom catapultava i giocatori in un mondo veramente nuovo, e lo faceva respirare tramite ambientazioni mozzafiato e dialoghi ricchi di profondità. Dal modo in cui i personaggi delle varie gilde parlano o costruiscono i loro cimiteri, si intuiscono segni della loro visione del mondo, della loro cultura: si costruisce, cioè, un accenno di lore. Qualcosa di più di un accenno, in realtà, se consideriamo che originariamente la confezione di Loom comprendeva una musicassetta con un audio drama di mezz'ora che raccontava le basi del mondo e l'origine del protagonista. Di nuovo: nell'epoca in cui World of Warcraft o Halo o Assassin's Creed sono marchi presenti su libri, audiolibri, fumetti e film sembra un'inezia, ma allora? Allora era quanto di più ambizioso un videogioco originale avesse mai fatto in termini di narrazione.

I dialoghi sono arricchiti da frequenti primi piani, sorprendentemente dettagliati per l'epoca.

La trama (mai questo termine fu più appropriato) è semplice, di quella semplicità che sa di fiaba universale, eppure riesce a non essere mai prevedibile, soprattutto nel suo finale dolceamaro e deliziosamente mistico. Per tutto il tempo, nei panni di Bobbin Threadbare, camminiamo in cose molto più grandi di noi, vediamo le conseguenze nefaste che può avere un uso disattento del nostro potere, mentre cerchiamo di fare quel poco bene che ancora è possibile in un mondo che sembra muoversi ineluttabilmente verso un destino oscuro; destino che intuiamo (tutte le gilde sospettano gli scopi di dominio della gilda dei chierici, ma ehi, perché rifiutar loro una partita di diecimila spade, se pagano bene? Ricorda qualcosa?), ma di cui non sospettiamo la portata finché non è troppo tardi. 

Certo, i testi non sapevano ancora quanto potevano permettersi di prendersi sul serio: il continuo passaggio fra toni fantasy solenni e grandiosi (con scene di morte e distruzione, riferimenti cosmogonici e cristologici, animazioni parecchio spinte per l'epoca dei floppy disk) e toni leggeri e buffi "alla LucasArts" (con battute e situazioni anche molto divertenti) danneggia un po' l'impatto di entrambi. Similmente, nessuno dei personaggi può davvero essere detto tridimensionale e memorabile: ci ho giocato decine di volte, l'ultima nemmeno un mese fa, e comunque non mi ricordo nemmeno i nomi di quasi nessuno dei personaggi secondari. 

The Great Loom, il telaio dell'universo. In basso, la distaff su cui si eseguono le note.
L'interfaccia (assolutamente minimalista) prevede che il giocatore interagisca con gli enigmi esclusivamente tramite il bastone di Bobbin e i suoi incantesimi musicali. Quasi come nell'Ainulindalë, è la musica la forza creatrice del mondo: è necessario cercare nell'ambiente quali note determinino un certo effetto, e appuntarsele per il resto del gioco. Questi incantesimi non rappresentano tanto dei verbi, come tipico dello SCUMM System, ma dei concetti, dei motivi applicabili ad una vasta gamma di significati, che possono anche essere "cantati" al contrario per descrivere il concetto opposto. Ad esempio: se "aprire" è mi-do-mi-re, "chiudere" è re-mi-do-mi.

Peraltro, fatta eccezione per alcuni incantesimi cruciali, queste melodie cambiano casualmente ad ogni partita, quindi non è nemmeno possibile fare affidamento ad una soluzione o a una partita precedente! Per i musicisti, suggerisco di giocare direttamente a modalità Expert, in cui le note non vengono segnate graficamente sul bastone e devono quindi essere riconosciute a orecchio! Tranquilli, si sta solo sulla scala di do maggiore. Secondo me è un ottimo esercizio per allenare l'orecchio a riconoscere gli intervalli. 

Loom forse esagera nel senso opposto rispetto al design che criticavo la volta scorsa: è davvero troppo lineare e troppo facile, con pochissimi enigmi di soluzione veramente immediata, al punto che nemmeno sfrutta appieno l'immensa gamma di possibilità presentate dalla propria premessa e dal proprio sistema. Ma, come dico sempre: un gioco troppo facile può essere completato e può avere la possibilità di essere apprezzato nei suoi pregi nonostante quel difetto, un gioco troppo difficile semplicemente viene abbandonato.

A dirla tutta, per quanto io lo ami, credo che lo metterei a malapena in un'ipotetica Top 5 fra i soli classici punta-e-clicca Lucas Arts.

Forse anche per questa eccessiva semplicità non ha avuto il successo sperato, sia in termini di critica che di vendite, in un'era ancora dominata da adventure game notoriamente spietati. I due seguiti che Moriarty aveva immaginato non furono mai prodotti, lasciandoci con una storia incompleta, sfilacciata; un po' come il Grande Arazzo nella sala dei tessitori anziani. Eppure, anche grazie a questo, Loom è qualcosa che né Metroid, né Super Mario World, né Fortnite o Dark Souls possono (più) dire di essere: unico. Veramente, meravigliosamente unico. 

Nei cimiteri, il tessuto che divide il mondo dall'aldilà è più sottile.

Fu rilasciato in tre versioni diverse: quella classica a 16 colori, considerata da Moriarty l'unica degna; quella "talkie" su CD-ROM, a 256 colori e interamente doppiata, ma con molte scene accorciate drasticamente per questioni di spazio, e per questo considerata da Moriarty e da molti fan (me compreso) come un orrore abominevole; e la versione FM-Towns, a 256 colori ma coi contenuti integrali, considerata da molti fan come la migliore ma purtroppo quasi introvabile. Ahimé, l'unica versione acquistabile su Steam e persino su GOG è l'orrore abominevole, ma niente vi impedisce di comprarla a dovere e poi di esplorare le infinite vie dell'internet. Non fu mai tradotto in italiano, ma anni addietro il valoroso team di IAGTG ne ha messo appunto una traduzione amatoriale, scaricabile come patch a questo link.








Come postilla, concedetemi un momento per prendermi una piccola soddisfazione. Oggi, sempre più videogiochi fanno dell'immersione e dell'empatia coi personaggi la propria bandiera; sono nati addirittura estremi come Gone Home o Journey, che sacrificano interamente la sfida nel nome della ludonarrativa; persino Call of Duty o God of War o Gears of War sentono la necessità di sviluppare un setting e una trama originali, anzi, persino titoli dallo spirito "retro" come Dark Souls fanno in realtà di ambientazione e lore il proprio vero punto di forza; nessuno si sognerebbe più di fare un gioco con l'intenzione che non possa essere battuto se non da pochissimi; lo spirito della ripetizione agonistica e della difficoltà come valore assoluto rimane, e ha un ruolo di primo piano nel mercato, ma è relegato per la maggior parte al multiplayer, o allo smartphone, o al completismo di chi vuole una sfida ulteriore alla semplice. 

Quindi scusate, puristi degli arcade e gitguddari vari… ma la Storia, alla fine, ha dato ragione a Moriarty. E a me.