Argomenti

Visualizzazione post con etichetta Essay. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Essay. Mostra tutti i post

11 feb 2022

[Essay] "Libertà di" o "libertà da"? - La libertà non esiste senza ideologia

Forse non tutti sanno che, quando si compone una canzone, la lingua in cui è scritto il testo influisce su come si strutturano le melodie. Questo perché ogni lingua ha una propria accentazione, che dev'essere compatibile con l'accentazione delle linee melodiche del brano in questione: ovvero, in teoria, non deve cadere l'accento linguistico su un tempo debole, su una nota corta o su una nota di passaggio. Ecco perché gli accenti di Max Pezzali suonano spesso così strani (penso al "stan quasi chiudendo" de Gli Anni), ecco perché il giapponese è così straordinariamente flessibile (non avendo un vero e proprio accento e avendo sillabe quasi esclusivamente di tipo CV), ed ecco perché chi scrive musica rock/metal o comunque di generi tipicamente anglofoni in italiano è spesso costretto a usare una quantità abnorme di parole tronche o monosillabe (o comunque con una coda post-tonica molto debole).

Porca troia, Turilli.

Una conseguenza di questo fatto è che, negli anni d'oro di Cristina D'Avena e Giorgio Vanni, praticamente tutti i protagonisti dei cartoni animati, dai Cavalieri dello Zodiaco a Robin Hood a Batman, combattevano con abilità e caparbietà e lealtà nell'immensità per la libertà e la verità senza età contro la malvagità e la criminalità poltrone e sofà artigiani della qualità tatatatatatatatatà. 

Soprattutto una parola ritornava, "libertà", quasi come un mantra, quasi come se la rete che trasmetteva queste sigle fosse presieduta da un uomo che era anche capo di una formazione politica chiamata "Popolo della Libertà". Una forza politica che cercava disperatamente di appropriarsi dell'esclusiva su questo termine, facendone una bandiera e una parola-chiave, in maniera non dissimile da come fanno i conservatori o i libertari di destra americani; e in tutti questi casi, la manovra è abbastanza puzzolente. Non perché il concetto di "libertà" sia troppo importante e cruciale perché venga così marcatamente politicizzato, attenzione: ma perché è un concetto già di per sé così profondamente politico e ideologico, fumoso e aperto a dibattito, che ogni tentativo di legarlo ad una singola sigla o ad un singolo blocco ideologico è irrimediabilmente ridicolo.

Se io vi chiedessi in questo momento, "che cos'è la libertà?", politicamente e umanamente parlando, ognuno di voi probabilmente mi darebbe una risposta diversa. In particolare, vorrei farvi soffermare su una domanda: libertà di o libertà da? Libertà di fare e di essere, o libertà dagli ostacoli che impediscono di fare e di essere? 

Potrebbero sembrare equivalenti, i due concetti, ma in realtà lo sono solo in parte. Innanzitutto, per l'ormai ampiamente accettato concetto per cui la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri (per quanto anche questo tutt'altro che privo di spazio interpretativo); in secondo luogo, di nuovo, per la definizione che si dà al concetto; in terzo luogo, per le limitazioni poste in essere dalle leggi morali ed etiche sia sociali che personali; infine, per quale importanza si assegna ad ognuna delle attività o delle scelte o dei pericoli cui si applicano le categorie di liberi di o liberi da. Proviamo a fare un paio di esempi.

Qual è più importante: la libertà di possedere qualunque arma si desideri, o la libertà da il rischio che il compagno di banco mio o di mio figlio venga a scuola con un mitra? La libertà delle aziende di produrre e lavorare senza imposizioni, o la libertà di noi tutti da il morire a cinquant'anni perché l'aria è piena di micropolveri cancerogene e l'acqua di diserbanti velenosi? La libertà dei mercati di comprare, acquisire e fare libera attività economica, o la libertà del consumatore da i monopoli e quindi di scegliere? La libertà del mercato, o quella di ogni cittadino dalla spada di Damocle eterna di doversi procacciare monetariamente almeno la basilare necessità fisiologica dell'acqua potabile? La libertà del cittadino di vivere sapendo che in caso di malattia o incidente grave gli verranno prestate le cure necessarie alla sua sopravvivenza senza per questo finire economicamente in rovina, o quella dello stesso cittadino da le tasse necessarie per la sanità pubblica? In breve: la libertà del borghese, o quella del proletario?

Il semplice fatto che si sia deciso di garantire una determinata libertà significa che qualcun'altra, necessariamente, dovrà essere calpestata.

Facciamo un passo avanti, verso cose più comuni ed esistenziali. Sono davvero libero di scegliere il percorso di studi e la carriera lavorativa che più mi aggradano, se le condizioni del mercato del lavoro sono tali che alcuni lavori o alcune specializzazioni non possono garantirmi la sopravvivenza (perché non pagano abbastanza, o perché proprio non hanno posti di lavoro da offrire)? Insomma, è davvero del tutto appropriato parlare di libertà di scelta se gli outcome di quelle scelte sono così radicalmente diversi nell'effetto che hanno sulla vita di chi compie la scelta (e.g., essere in grado di pagare le bollette e il conto dal fruttivendolo vs. non essere in grado di pagare le bollette e il conto dal fruttivendolo)? Ha senso parlare di libertà di scelta se certe scelte sono, di fatto, solo accessibili a chi abbia un certo tipo di privilegio pregresso? Sono davvero libero di scegliere se possedere un'auto oppure no, se fra casa mia e il mio luogo di lavoro non ci sono né linee di trasporto pubblico né piste ciclabili?

Certo, mi si dirà che si è liberi da costrizioni che impediscano di fare la propria scelta, ma non si è liberi dalle conseguenze di quella scelta, ed è giustissimo. L'esempio tipico è la libertà di parola: tu puoi dire quello che vuoi e non verrai imprigionato o discriminato dallo Stato, ma la conseguenza di quello che dici può essere che vieni licenziato, o che il tuo interlocutore ti dà del coglione e magari pure pure un paio di manrovesci. Ma è proprio questo il punto: prescindendo da questi esempi, in una situazione ipotetica laddove si abbia una disparità di outcome fra due scelte tale che si possa ragionevolmente definire uno di questi oggettivamente preferibile rispetto all'altro, per cui di conseguenza si possa ragionevolmente dire che una scelta è giusta e l'altra è sbagliata, ha ancora senso parlare di libertà di scelta? Ad esempio... la libertà mia di andare al lavoro senza essere contagiato da un virus prevenibile ma potenzialmente letale, o la libertà del Generale Pappalardo dal doversi mettere un pezzo di stoffa davanti a bocca e naso?

Libertà è anche libertà di far danni?

E un ricatto, invece? Anche lì siamo liberi di scegliere? Se io punto una pistola a un'altra persona e le dico "scegli liberamente: puoi darmi il tuo portafogli, oppure non darmelo. Però se non me lo dai ti faccio saltare le rotule" questa persona non è davvero libera di scegliere, no? Ovvio, in questo esempio lo stesso porre la scelta in questi termini è illegale, come è illegale il caso Weinstein in cui la minaccia sia "vieni a letto con me o non lavorerai mai più nel vasto settore dell'industria sotto il mio controllo" (chissà come vedrebbe questa cosa un ancap?), ma in tutta sincerità non trovo che altre situazioni siano poi così diverse, concettualmente e filosoficamente parlando. Scegli: o rinunci a iscriverti al sindacato e a fare attività sindacale, o ti licenzio proprio nel momento in cui devi rinnovare un contratto d'affitto che richiede tu abbia un lavoro stabile. No ma sei libero, eh!

Pensiamo al mondo dei videogiochi, in cui il concetto di esclusività presenta un perfetto esempio di trade-off fra la libertà dei produttori e quella dei consumatori. Un fan sfegatato della saga di Uncharted o di The Last of Us è davvero libero di scegliere se comprare una PS4 o una XBOne o, chessò, un computer? Le sue possibilità sono due: comprare quella specifica console, con quel specifico controller, quello specifico sistema operativo, quello specifico contratto di user agreement, quello specifico servizio online, insomma quel singolo, specifico e immodificaibile pacchetto… oppure non giocare a quel gioco. Non posso giocare all'edizione giapponese di Gears of War, su una Playstation europea, con il controller dell'Xbox, tramite il servizio online e i server di Steam, comprandomi poi i DLC dallo store europeo. Insomma: non sono davvero libero di scegliere, perché la libertà del mercato di farsi il proprio sistema di licenze regionali e sistemi chiusi me lo impedisce. Sono, al massimo, libero di non comprare. Garantire quella libertà a me significherebbe togliere la libertà complementare ad altri.

Libertà non significa nulla senza l'ideologia che la definisca.

La definizione di libertà è diversa per le condizioni oggettive di ognuno di noi, e ognuno di noi sogna e immagina una libertà diversa. Per un anarco-capitalista la libertà potrebbe essere quella di acquistare i servizi di una prostituta minorenne, se questa acconsente liberamente, o di usare dei piccoli ordigni nucleari a scopo ricreativo in una zona deserta; per un socialdemocratico potrebbe essere quella di non essere costretti a prostituirsi per pagarsi da mangiare, o quella di farsi una scampagnata dove diamine vuole senza essere contaminato da radiazioni.

Il problema è che non esiste un sistema politico e socioeconomico tale da accontentare entrambi, né tantomeno tutte le variegate visioni che esistono nel mondo. Intendiamoci: nulla di quello che sto dicendo è anche solo lontanamente nuovo o rivoluzionario. I concetti di "libertà positiva" e "libertà negativa" vengono discussi nella filosofia politica da almeno un secolo, di più se vogliamo rintracciare le origini della distinzione già in Kant e Rousseau, secondo definizioni e giudizi diversi a seconda del pensatore. Ma proprio per questo motivo è, per me, ancora più odioso il fatto che questo concetto non sia passato nella consapevolezza politica né della popolazione né tantomeno della classe dirigente, e che quella parola venga continuamente tirata per la giacchetta da questo o quel gruppo ideologico, e messa in mostra come se fosse un qualcosa di plastico ed immutabile. Perciò io, in questo articolo, voglio essere assolutamente radicale nel ri-affermare la centralità dell'ideologia, della dialettica, della determinazione storica, degli interessi sociali, rispetto a quelli che vengono indebitamente spacciati come valori assoluti.

Perciò lo affermo con la massima chiarezza di cui sono capace: qualche libertà, in una certa misura, dovrà sempre e necessariamente essere calpestata, precisamente per il fatto che si sceglie di garantirne un'altra. In altre parole: il fatto stesso di garantire una certa libertà implica, necessariamente ed inevitabilmente, il calpestarne un'altra.

Quello di libertà, senza ulteriori definizioni o qualificatori, è un concetto vuoto, insignificante (nel senso letterale di che non significa nulla), e qualunque definizione non potrà che essere inestricabilmente dipendente dall'impianto ideologico, politico, storico e filosofico che la sussume. Quindi forse dovremmo smettere di evocare questo termine come un totem semi-divino ed auto-esplicativo, e tornare invece a parlare chiaramente e apertamente di ideologie. 

Perché la libertà senza un'ideologia che la definisca, semplicemente, non esiste.

Perché la libertà è una chimera. Una tendenza. Un trade-off continuo. Una coperta corta. Un infinito irraggiungibile verso cui tendere infinitamente. Un'avventura che non finisce mai. E la vivrai con ogni Pokémon che acchiapperai.

1 mag 2019

[Rant] Il ricatto del lavoro e l'automazione che verrà

Proviamo a fare un piccolo esperimento mentale. 

Immaginiamo, per ipotesi, che oggi venga annunciata l'invenzione di una tecnologia di teletrasporto perfettamente sicura, efficiente e a buon mercato. Sempre per ipotesi, immaginiamo che tutti gli esperti del caso prevedano che nel giro di dieci, quindici anni al massimo questa tecnologia diventerà talmente sviluppata ed economica che tutti potranno permettersela. Infine, sempre per ipotesi, immaginiamo che l'impatto ambientale di questa tecnologia sia molto contenuto, o quantomeno tale da essere ammortizzato con profitto in pochi anni.

Ora, è facile immaginare le vaste conseguenze positive che questo potrebbe avere: le merci potrebbero essere trasportate istantaneamente, senza farle degradare e senza mezzi inquinanti; gli incidenti sulle strade calerebbero drasticamente; verrebbero eliminati i tempi di spostamento casa-lavoro o casa-scuola, con conseguente aumento del tempo libero e calo dello stress (che porterebbe, a catena, ulteriori benefici sul piano della sanità); lavoratori di qualunque tipo potrebbero essere spostati ovunque per qualunque necessità senza essere costretti a viaggiare, cambiare i orari, dormire fuori casa ecc.; tutti potrebbero viaggiare di più e partecipare a qualunque evento culturale nel mondo ("amore, vado un attimo al Wacken e torno" "nessun problema, amore, io penso che andrò a vedere quella mostra a New York, ci vediamo stasera"); qualsiasi merce costerebbe meno; non sarebbe più necessario costruire strade o ferrovie o trafori o canali ecc.; amici lontani potrebbero vedersi tutti i giorni, le relazioni a distanza diventerebbero più semplici, non sarebbe necessario emigrare per trovare lavoro all'estero, eccetera eccetera. Sarebbe, insomma, una rivoluzione.

Similmente, però, ci sarebbero serissimi aspetti problematici: centinaia di milioni di persone (camionisti, albergatori, autisti, operai del settore automobilistico, postini, corrieri, ditte di import-export ecc.) si troverebbero quasi da un giorno all'altro senza lavoro, semplicemente perché il loro settore economico sparirebbe nell'obsolescenza o, quantomeno, verrebbe drammaticamente ridimensionato.




Giunti a questo punto , vi pongo una domanda: cosa sarebbe giusto fare? Gettare milioni di persone nella disoccupazione in cambio di un oggettivo aumento della qualità della vita generale, o frenare il progresso per proteggere i posti di lavoro?

Questo è quello che chiamo "ricatto del lavoro": quando la minaccia dell'essere senza lavoro, o del togliere il lavoro alle persone, o in generale della perdita di posti di lavoro, impedisce o limita uno sviluppo che, altrimenti, sarebbe oggettivamente positivo. Vale sia a livello "micro" (personale, locale) che a livello "macro" (politico, nazionale, internazionale); e lo vediamo sia nel presente che nel passato recente.

Vuoi rifiutarti di fare straordinari non segnati e non retribuiti? Va benissimo, fuori c'è la fila di persone disposte a farmi anche 12 ore per la paga di 8; anzi, quasi quasi prendo pure un immigrato irregolare, così lo pago la metà, in nero, senza che lui o i sindacati si lamentino. 
Vuoi studiare qualcosa che ti piace, che ti appassiona, che umanamente desideri conoscere? Eh ma poi non ti assume nessuno, non serve a niente nel mercato del lavoro. 
Vogliamo smettere di vendere le bombe prodotte in Sardegna all'Arabia Saudita, che poi le usa per uccidere civili innocenti nello Yemen? Eh ma lo sviluppo della zona, l'indotto, i posti di lavoro. 
Vogliamo, a Torino, migliorare il trasporto pubblico locale e incentivare la ricerca sulle auto a idrogeno? Eh ma la FIAT, Mirafiori, i posti di lavoro. 
Vogliamo garantire la sopravvivenza del genere umano salvaguardando l'ambiente, ad esempio costringendo le aziende a puntare su fonti rinnovabili e materiali biodegradabili? Eh ma i minatori, le aziende che fanno le posate di plastica, i posti di lavoro. 
Vogliamo puntare a un uso più efficiente delle risorse della Terra ad esempio limitando il consumo di carne entro certi limiti? Eh ma gli allevatori, i disboscatori, i posti di lavoro. 
Vogliamo cercare di migliorare la vita delle persone, ad esempio, vietando a livello internazionale lo sfruttamento del lavoro al di fuori di certe condizioni, o vietando alle aziende di servirsi di simili condizioni? Eh ma la Apple, la Nike, il mercato, il prezzo salirebbe, i posti di lavoro. 
Vogliamo far pagare ai colossi dell'e-commerce o dell'high-tech un'aliquota fiscale adeguata alle loro dimensioni, o quantomeno paragonabile a quella pagata dai loro omologhi più piccoli? Eh ma poi se ne andrebbero, delocalizzerebbero, e i posti di lavoro? 
Vogliamo mettere i responsabili degli inquinamenti di Taranto davanti alla giustizia come tutte le persone normali, e costringere i nuovi gestori dell'ILVA a ridurre le emissioni? Eh ma poi salterebbe l'accordo, se ne andrebbero, chiuderebbero, i posti di lavoro, qualcuno pensi ai posti di lavoro!




Questo ricatto si fonda principalmente su tre cardini:

1) Il lavoro (inteso come vendita della propria forza-lavoro) è il solo modo per la maggior parte degli esseri umani di procacciarsi il necessario per la propria sussistenza, e gran parte dei lavori necessari all'esistenza di una società organizzata sono tutt'altro che piacevoli o remunerativi.

2) Il ruolo di fornire questo lavoro, di comprare quella forza-lavoro, è lasciato per la gran parte in mano a privati, anche per settori e asset strategici (banche, siderurgia ecc.) o a oligopolio naturale, e questo fa sì che alcuni di questi privati diventino too big to fail.

3) Il mondo in cui si muovono questi privati, il mercato, è mosso esclusivamente dalla ricerca del profitto personale; è un mondo anarchico, irrazionale, sistematicamente egoista, privo di qualunque pianificazione a lungo termine, in buona parte ostile a limiti e cambiamenti; un mondo con regole legate più a sentimenti e sensazioni (paura, fiducia, passaparola, peer pressure) che alla verofalsità di fatti concreti; eppure, proprio perché ha potere su chi detiene il ruolo di fornitore di posti di lavoro, è anche estremamente potente nel mondo reale.

E così, nel nome dei posti di lavoro, ci rendiamo complici morali della morte di innocenti sotto i bombardamenti di una dittatura teocratica; rimettiamo sempre più aspetti della sovranità politica e popolare nelle mani delle grandi aziende, o dei mercati che se no "si spaventano" e "ci puniscono". Freniamo anche solo le misure minime per non andare a morire fra cambiamenti climatici e polveri sottili, perché abbiamo paura che Giuseppe Maria Parodi, detto "Giöxe o leccardòn", ch'o g'ha anche a moggè zù a-o mercòu do-o pescio di Boccadâze, non ce n'abbia per il belino di imparare un mestiere che non sia il portuale, nemmeno se ci si mette lo Stato a riqualificarlo e rioccuparlo.




Prima ho fatto un piccolo depistaggio, ponendo quell'alternativa all'inizio. La vera domanda non è, né è mai stata, accogliere il progresso per trarne dei benefici o ostacolarlo per salvaguardare i posti di lavoro, bensì cui prodest quello specifico progresso in esame. Ogni innovazione tecnologica porta una riduzione dei tempi necessari per produrre un determinato oggetto o svolgere un determinato servizio; il tempo così guadagnato può essere usato per produrre più plusvalore, oppure può essere usato per lavorare di meno a parità di benessere. (o "a guadagnare di più a parità di lavoro svolto", potrebbe dire un qualche proponente della trickle-down economics, ma sappiamo benissimo che non funziona così).

Insomma, vi ho mentito dicendo che l'alternativa è fra quelle due opzioni, perché in realtà ce n'è una terza: adottare un nuovo sistema di rapporti economici tale da sfuggire a questa falsa dicotomia.

Cerchiamo di agire affinché, se dovesse arrivare un futuro in cui qualche genio inventerà il teletrasporto, saremo pronti a introdurlo nel mondo con sistematicità e razionalità, e ad usarlo per migliorare la vita di tutti, senza dover restare incatenati alle paure dei mercati o al ricatto di qualche colosso in via d'obsolescenza.

Anche perché, forse non avremo mai il teletrasporto, ma se sono corrette le stime che prevedono che il 47% dei posti di lavoro sparirà nei prossimi trent'anni, inghiottito dall'automazione… quel mondo è il nostro. Quel futuro, con o senza teletrasporto, è domani. E si verificherà entro le vite della maggior parte di noi. Prima che la Lega finisca di pagare le rate di quei 49 milioni, per intenderci.

Presto dovremo scegliere se "lasciar fare al mercato", anche se significherà un'ondata di disoccupazione senza precedenti con le relative e prevedibili conseguenze nefaste ("la libertà ha un prezzo", direbbe un ancap), o se intervenire finalmente a dare un indirizzo sistematico all'economia: o bloccando e impedendo le innovazioni tecnologiche che permetterebbero condizioni di vita e di lavoro migliori per tutti, oppure estendendo il welfare e riducendo l'orario di lavoro massimo per garantire la massima occupazione. In un caso, si frena il progresso per salvaguardare Giöxe o leccardòn e, soprattutto, il suo padrone; nell'altro, si prosegue la marcia verso il futuro.

6 feb 2019

[Rant] Ecotasse: non servono tapulli, serve ripensare l'economia


Foto di Charly Triballeau, RTL.fr

Il fenomeno dei gilet gialli in Francia, a prescindere da qualsivoglia considerazione sulla sua natura e la sua portata, ha dato origine a numerose discussioni riguardo il suo punto di partenza, il suo elemento scatenante: la "ecotassa" sui carburanti volta a scoraggiare l'uso di automobili a benzina a favore di mezzi pubblici e automobili più ecologiche. 

Ignorando il fatto che questa sia stata solo la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso, e che la protesta ha origini molto più diffuse e profonde, ho trovato molto interessante il fatto che alcuni commentatori abbiano difeso la necessità di imporre con la forza provvedimenti ecologici anche se impopolari. 

Il concetto, di per sé, è a mio avviso condivisibile: di fronte a una situazione climatica che minaccia la sopravvivenza stessa della civiltà umana, e in cui lo smog provoca ogni anno centinaia di migliaia di morti premature, i provvedimenti per impedirlo passano sopra a qualunque altra considerazione, che piacciano o meno ai cittadini.

Ecco un esempio.
Ammesso, però, che quei provvedimenti siano davvero utili a quello scopo. Ed è qui che casca il proverbiale asino. 

Imporre una tassa orizzontale sulla benzina e basta, a suon di "Non hanno i soldi per il diesel? Che si comprino un'auto elettrica!" (echeggiando il più famoso "che mangino brioche!", e forse non è un caso che anche stavolta fra i francesi sia aleggiata l'idea della ghigliottina) è una mossa talmente vuota, talmente ridicola, talmente miope, che persino il M5S (notoriamente tutt'altro che un tabernacolo di premi Nobel) ne ha tirata fuori una migliore, quando ha proposto una tassa sull'acquisto di auto a benzina nuove e l'ha accompagnata a incentivi per l'acquisto di auto elettriche. Le ragioni sono molteplici:
  1. Le persone usano l'automobile per andare a lavorare, o comunque per viaggi non rinunciabili. 
  2. Non tutti hanno i soldi per permettersi di cambiare auto, quindi una tassa di questo tipo punisce le persone per ciò che hanno già (magari una Golf di vent'anni fa o un pandino comprato usato nel 2010) invece di aiutarli a cambiare. 
  3. Non tutti vivono o lavorano in luoghi dove ci sono distributori di GPL (per dire, il più vicino a me è a 30km da casa mia).
  4. Non tutti vivono o lavorano in luoghi dove i mezzi pubblici sono frequenti e capillari. Per esempio, mio padre non avrebbe nessun modo di recarsi al lavoro con mezzi pubblici, se non trasformando un viaggio di 20 minuti in uno di 90 minuti con lunghi tratti a piedi. 
  5. Non tutti vivono o lavorano in luoghi dove muoversi a piedi o in bicicletta è praticabile.
  6. Non tutti svolgono attività d'ufficio, o comunque tali da poter rinunciare all'auto privata: ad esempio, sfido chiunque a fare il musicista o l'elettricista in autobus. Portare 40-50kg di attrezzatura (dal valore di migliaia di euro) in autobus, all'andata verso un localino sperduto in culo ai monti, e soprattutto al ritorno, dopo il concerto, alle due di notte.
  7. Aumentare il costo della benzina significa aumentare il costo dei trasporti, il che percorre tutta la filiera verso il basso facendo alzare il prezzo di T U T T O. Dai pannolini ai libri, dalla pasta ai vestiti, e anche i mezzi pubblici. Ovviamente a danno delle classi meno agiate. Mi si dirà: infatti bisogna convertire anche in quel campo l'alimentazione da benzina ad altro. Benissimo: si faccia quello. Ché cosa glie ne frega alla grande distribuzione di pochi euro in più di benzina, se tanto qualunque spesa extra sostengano possono scaricarla sull'anello successivo della catena, magari pure ricavandoci un guadagnino extra se sono furbi? 
  8. L'inquinamento da auto private è una percentuale tutto sommato esigua del totale, paragonata ad esempio agli aerei, all'industria, alla grande distribuzione, all'allevamento (il solo settore caseario è responsabile del 4% dei gas serra su scala mondiale, altre fonti attribuiscono all'allevamento intensivo nel suo complesso addirittura il 20% delle emissioni), all'importazione di frutta esotica o fuori stagione.
  9. Anche parlando del solo inquinamento delle auto private, quello provocato dagli scarichi è solo una parte rispetto a quello provocato, ad esempio, dalle particelle liberate nell'usura di freni e pneumatici, che ovviamente rimarrebbero anche con auto elettriche o a metano.
E se potessimo far sì che, semplicemente, metà di queste persone non abbiano più il bisogno di muoversi così di frequente?
La verità è che, chi sostiene misure come quella di Macron, è favorevole alla difesa dell'ambiente anche con "misure impopolari" soltanto finché sono impopolari presso il "popolo bove", finché si tratta di colpire solo le abitudini di qualche cittadino e il portafoglio di qualche campagnolo senza intaccare minimamente lo status quo macroeconomico, senza alterare significativamente le tendenze all'urbanizzazione, allo sradicamento, alla crescita del PIL come scopo fine a sé stesso.

Già, perché se vogliamo parlare di prendersi la responsabilità di tenere a freno l'inquinamento anche a costo di provvedimenti impopolari, allora benissimo, sono perfettamente d'accordo:
  • Prendiamoci la responsabilità di dire che attaccare il cambiamento climatico attaccando le sole auto a benzina è come svuotare il mare con uno scolapasta. 
  • Prendiamoci la responsabilità di dire che bisogna ripensare totalmente la distribuzione e la produzione di merci su scala globale. 
  • Di dire che bisogna almeno dimezzare la produzione e il consumo di carne in tutto il mondo, ad esempio con un equivalente delle quote latte. 
  • Che bisogna ridurre i consumi, in generale: produrre meno, gettare via meno, creare cose che durino, fare più manutenzione.
  • Che bisogna mettere un limite agli spostamenti via aereo, con buona pace dei turisti e degli uomini d'affari. 
  • Che bisogna favorire il lavoro telematico da casa per ogni tipo di lavoro d'ufficio, ché vedere un impiegato, nel 2019, farsi 20km ogni giorno per lavorare su un foglio Excel è un insulto all'intelligenza umana. 
  • Che tutte 'ste lucine di Natale ogni anno che durano da Novembre a Febbraio, accese h24, sono uno spreco intollerabile. 
  • Che tutti 'sti negozi che ogni notte tengono le luci accese anche da chiusi, per nessuna diamine di ragione se non per far vedere la merce alla movida nottambula, sono uno scempio da vietare immediatamente e senza remore. 
  • Che tutti 'sti lavoratori di Torino che ogni giorno vanno a lavorare a Milano, mentre altrettanti lavoratori di Milano devono ogni giorno andare a Torino, sono un'idiozia imbarazzante. 
  • Che sistemi di air conditioning che vadano sopra e sotto una certa temperatura semplicemente non devono essere costruiti, e se ti tieni 26° in casa a Gennaio perché ti piace stare in canottiera sei un criminale. 
  • Di dire che il trasporto dei prodotti deve essere centralizzato e razionalizzato per limitare il più possibile il numero di viaggi, anche a costo di renderlo più lento, con buona pace dei clienti Amazon Prime. 
  • Che tutti questi sacchetti e sacchettini e imballaggi e imballaggini e bottiglie e bicchieri e posate di plastica semplicemente non devono più essere prodotti, punto. 
  • Che almeno una parte delle coltivazioni per olio di girasole deve essere convertita ad olio di palma, che ha un rendimento per ettaro dieci volte maggiore. Oh, questo sì che è impopolare!
Rendiamoci conto che, se vogliamo DAVVERO parlare di manovre ecologiche per evitare il disastro, il nemico non è il pendolare con la Fiat scassata che ha trovato lavoro in un posto dove non arrivano il pullman, ma è uno e uno solo: il libero mercato. Possiamo chiamarlo consumismo, globalizzazione, neoliberismo, attaccatelo da quale angolo volete, ma quello è.


30 mag 2018

[Musica] Il gioco metamusicale delle Babymetal


Pochi gruppi musicali, quantomeno fra quelli famosi, gridano "i giapponesi sono pazzi" quanto le Babymetal, la malsana unione del mondo idol con quello metal. Nonostante abbiano conquistato il cuore di molti metallari, fino a partecipare a festival rinomati a fianco di mostri sacri come Slayer, Metallica, Rob Zombie e Judas Priest, sembrano essere ancora una di quelle band che o si amano o si detestano, a giudicare dallo sdegnato disprezzo di molti metallari.

Io, personalmente, le adoro. Ho un debole per il J-Pop e per quelle scemate kawaii che il Giappone sforna a raffica, quindi l'unione di quel mondo con la musica che amo non poteva che funzionare su di me. Le sono pure andato a vedere dal vivo durante il mio viaggio in Giappone, al Summer Sonic di Osaka. Eppure, ci ho messo un po' a farmele piacere: il mio primo impatto con loro è stato di puro disgusto. Solo dopo la mia tesi di laurea sulla musica tradizionale giapponese mi sono accorto che in questo progetto c'era qualcosa di più di una semplice giapponesata furbuffa.

Facciamo un paio di premesse:
1. Mi rendo conto che si tratta di un prodotto industriale, tirato su a tavolino da una talent agency che ne sforna a decine, di idol adolescenti il cui merito principale è essere carine mentre ballano e si chiamano "-chan" a vicenda. Questo però è significativo solo fino a un certo punto: non dimentichiamoci che la letteratura commerciale mirata al grande pubblico ci ha dato Dickens, mentre quella "alta" ci ha dato Ayn Rand.

2.  Sorvolo sulle considerazioni sul livello tecnico altissimo[1] della band, e su come le tre ragazze abbiano ampiamente dimostrato la loro bravura e professionalità. Non perché non sia vero (lo è, incontestabilmente), ma perché è poco significativo: qualunque insegnante di conservatorio vi dirà che, al di fuori della classica, alcuni dei musicisti più preparati tecnicamente e teoricamente si trovano nell'esercito di turnisti senza nome che supportano i vari cantanterelli del pop più biecamente sanremese. Due nomi su tutti: Luca Colombo e Lele Melotti. Vedere un DVD di Nana Mizuki significa vedere un livello di professionalità e precisione (musicisti, ballerini, fonici, tecnici di palco, scenografi, costumisti, Nana stessa) di fronte al quale i Foo Fighters sono degli zuenotti che suonano nel garage di casa.

Vorrei invece concentrarmi su un altro aspetto: il sorprendente sincretismo e la ricercata (ma ironica!) metamusicalità delle loro canzoni.


Guardiamo al loro primo album: Babymetal. Il brano introduttivo, Babymetal Death, gioca sull'assonanza fra "death" (pronunciato alla giapponese) e "desu" (です, la copula in forma cortese) per presentare la sovrapposizione di ciò che è stereotipicamente metal e ciò che è stereotipicamente kawaii: le tre ragazze si presentano in modo "carino" («Yui-metal desu!»), ma il contesto musicale, il titolo e i cori sovrappongono quel "desu" a "morte". Ovviamente è uno stupido gioco di parole, ma è proprio questo il punto: le Babymetal sono un'idea da non prendere poi troppo sul serio.

Però poi c'è Megitsune, un pezzo che sotto il monicker di un gruppo prog metal o metalcore sarebbe stato osannato da tutti: una mirabile fusione di djent, power metal, synth techno e, soprattutto, musica tradizionale giapponese. Quest'ultima non solo per il suono di koto nell'intro e per la citazione di Sakura Sakura nel breakdown, ma proprio per il groove che in più punti sembra preso di peso da un brano per tamburi taiko, per lo stile vocale di Suzuka che nel ritornello sembra rifarsi un po' al genere enka, e per le grida kakegoe con cui le ballerine/coriste accentano il ritmo (quei "Sore! Sore! Sore sore sore sore!" che ai non esperti possono sembrare buffi o ridicoli, ma che in realtà sono un elemento tipico di generi quali il teatro noh, la musica marziale dei taiko e i canti tradizionali contadini).


Superati i brani Gimme Choco!! e Doki Doki ☆ Morning, che semplicemente danno una strumentazione metal a composizioni idol dal testo ricercatamente infantile e femminile, un pezzo curiosamente geniale nell'ambito di questo discorso è Onedari Daisakusen. In esso, le protagoniste del testo (le due ballerine/coriste) fanno una serie di moine infantili a una figura paterna (del tipo "atashi, papa no oyome-san ni narun'da!"), ma solo come “scena” per farsi fare regalini e farsi dare soldi, fino al violentissimo breakdown che è un diretto "Katte! Katte! Chōdai! Chōdai!" ("Compramelo! Compramelo! Dammi! Dammi!"). A voler essere cinici, non ci potrebbe essere più esplicita dichiarazione d'intenti del progetto, ma quelli come me ci cascano lo stesso.

Sulla stessa lunghezza d'onda c'è "4 no uta", anch'esso cantato dalle due ballerine, che, pur su una composizione decisamente inferiore rispetto al resto dell'album, presenta un testo che è forse il picco del tipo di giustapposizione umoristica cui mi sto riferendo. La canzone gioca su due cardini: da un lato, la ripetizione del numero quattro, che in Giappone è considerato numero sfortunato (a causa del fatto che la sua pronuncia on’yomi sia shi, omofona con 死 morte), in un modo simile a come molti gruppi metal amavano giocare col numero 666; dall'altro, la volontà di "ribaltare" la connotazione negativa del numero, associando le sue pronuncie a parole positive ("shiawase no shi", "yorokobi no yon"; letteralmente "quattro come felicità", è chiaro che in italiano non ha molto senso). Certamente sono giochi di parole cheesy e bambineschi, ma è proprio questo il punto! Hanno preso un trope tipico del metal, l'hanno adattato al Giappone, e l'hanno ribaltato in modo kawaii.


Degni di nota sono anche Akatsuki e Ijime Dame Zettai, anche se molto più tipici e lineari: il primo per la precisione assoluta con cui ricalca lo stile degli X Japan (tant'è che, dal vivo, Suzuka lo annuncia con un "Akatsuki da!" analogo allo storico "Kurenai da!" di Toshi), il secondo per l'essere un brano perfettamente power (anzi, uno dei migliori brani power che abbia sentito negli ultimi anni) con un testo bambinesco contro il bullismo.

Il secondo album, sebbene superiore al primo per qualità tecnica degli interpreti e della produzione, risulta per lo più meno interessante dal punto di vista del discorso metamusicale. Presenta molte canzoni improntate più al dare una "voce idol" a un certo stile "classico" che a giocare coi trope del genere come avevano fatto Gimme Choco! o l'incredibile potpourri musicale che è Iine!: Road of Resistence è semplicemente un pezzo dei Dragonforce (letteralmente: composto e registrato da Herman Li e Sam Totman), No Rain No Rainbow è semplicemente una perfetta ballata in stile X Japan (quelle armonie vocali! Quell'assolo deliziosamente neoclassico!), Tales of the Destinies e The One sono semplicemente brani che avrebbero potuto uscire dalla penna di John Petrucci e Jordan Rudess (con addirittura un accenno di poliritmia nella seconda strofa di The One), Karate è semplicemente un pezzo di metal djentoso con giusto qualche kakegoe da parte delle coriste. Ci sono però un paio di eccezioni degne di nota.


La prima è più importante è Sis. Anger, che in un arrangiamento perfettamente death metal presenta un testo di puro odio e violenza… ma come se fosse scritto e cantato da una scolaretta. È tutto un susseguirsi di "kirai da!" (ti odio!), "fuzaken'janee zo!" (i colloquialismi maschili come la assimilazione di "nai" in "nee" e la particella enfatica "zo" lo rendono traducibile con "Non prendermi per il culo!") ecc., il tutto su una ritmica e una strumentazione violentissime. Ed è semplicemente adorabile. Infine, ci sono Meta Taro (che ricalca lo stile e il linguaggio delle sigle tokusatsu, in particolare Ultraman, adattato però ad un “eroe del metal”) e From Dusk 'Til Dawn, che sembra rifarsi ai Vocaloid in un contesto ambient e arioso.

Insomma, anche se è e rimane chiaramente un progetto biecamente commerciale che fa leva sul culto vagamente sessista del kawaii (ehi, solo perché me ne rendo conto non significa che debba smettere di piacermi!), credo che presenti comunque molto di valido dal punto di vista musicale, soprattutto grazie a questa continua mescolanza di stili e a questo giocare sui trope sia del mondo metal che del mondo idol in maniera, appunto, metamusicale.

In conclusione, un rapido riassunto di tutti i generi musicali che vengono toccati o le cui influenze si possono distintamente riconoscere nei brani di questi due album: J-pop, power metal, progressive metal, djent, death metal, reggae, gangsta rap, techno, dubstep, power ballad in stile X Japan, kumidaiko, enka, Vocaloid. A prescindere da tutto il resto, trovo anche solo questo singolo fatto decisamente degno di nota e di rispetto.



[1] Peraltro, uno dei chitarristi è Leda Cygnus, ex bassista dei Galneryus e ex leader dei Deluhi, mica roba da poco!