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30 mag 2018

[Musica] Il gioco metamusicale delle Babymetal


Pochi gruppi musicali, quantomeno fra quelli famosi, gridano "i giapponesi sono pazzi" quanto le Babymetal, la malsana unione del mondo idol con quello metal. Nonostante abbiano conquistato il cuore di molti metallari, fino a partecipare a festival rinomati a fianco di mostri sacri come Slayer, Metallica, Rob Zombie e Judas Priest, sembrano essere ancora una di quelle band che o si amano o si detestano, a giudicare dallo sdegnato disprezzo di molti metallari.

Io, personalmente, le adoro. Ho un debole per il J-Pop e per quelle scemate kawaii che il Giappone sforna a raffica, quindi l'unione di quel mondo con la musica che amo non poteva che funzionare su di me. Le sono pure andato a vedere dal vivo durante il mio viaggio in Giappone, al Summer Sonic di Osaka. Eppure, ci ho messo un po' a farmele piacere: il mio primo impatto con loro è stato di puro disgusto. Solo dopo la mia tesi di laurea sulla musica tradizionale giapponese mi sono accorto che in questo progetto c'era qualcosa di più di una semplice giapponesata furbuffa.

Facciamo un paio di premesse:
1. Mi rendo conto che si tratta di un prodotto industriale, tirato su a tavolino da una talent agency che ne sforna a decine, di idol adolescenti il cui merito principale è essere carine mentre ballano e si chiamano "-chan" a vicenda. Questo però è significativo solo fino a un certo punto: non dimentichiamoci che la letteratura commerciale mirata al grande pubblico ci ha dato Dickens, mentre quella "alta" ci ha dato Ayn Rand.

2.  Sorvolo sulle considerazioni sul livello tecnico altissimo[1] della band, e su come le tre ragazze abbiano ampiamente dimostrato la loro bravura e professionalità. Non perché non sia vero (lo è, incontestabilmente), ma perché è poco significativo: qualunque insegnante di conservatorio vi dirà che, al di fuori della classica, alcuni dei musicisti più preparati tecnicamente e teoricamente si trovano nell'esercito di turnisti senza nome che supportano i vari cantanterelli del pop più biecamente sanremese. Due nomi su tutti: Luca Colombo e Lele Melotti. Vedere un DVD di Nana Mizuki significa vedere un livello di professionalità e precisione (musicisti, ballerini, fonici, tecnici di palco, scenografi, costumisti, Nana stessa) di fronte al quale i Foo Fighters sono degli zuenotti che suonano nel garage di casa.

Vorrei invece concentrarmi su un altro aspetto: il sorprendente sincretismo e la ricercata (ma ironica!) metamusicalità delle loro canzoni.


Guardiamo al loro primo album: Babymetal. Il brano introduttivo, Babymetal Death, gioca sull'assonanza fra "death" (pronunciato alla giapponese) e "desu" (です, la copula in forma cortese) per presentare la sovrapposizione di ciò che è stereotipicamente metal e ciò che è stereotipicamente kawaii: le tre ragazze si presentano in modo "carino" («Yui-metal desu!»), ma il contesto musicale, il titolo e i cori sovrappongono quel "desu" a "morte". Ovviamente è uno stupido gioco di parole, ma è proprio questo il punto: le Babymetal sono un'idea da non prendere poi troppo sul serio.

Però poi c'è Megitsune, un pezzo che sotto il monicker di un gruppo prog metal o metalcore sarebbe stato osannato da tutti: una mirabile fusione di djent, power metal, synth techno e, soprattutto, musica tradizionale giapponese. Quest'ultima non solo per il suono di koto nell'intro e per la citazione di Sakura Sakura nel breakdown, ma proprio per il groove che in più punti sembra preso di peso da un brano per tamburi taiko, per lo stile vocale di Suzuka che nel ritornello sembra rifarsi un po' al genere enka, e per le grida kakegoe con cui le ballerine/coriste accentano il ritmo (quei "Sore! Sore! Sore sore sore sore!" che ai non esperti possono sembrare buffi o ridicoli, ma che in realtà sono un elemento tipico di generi quali il teatro noh, la musica marziale dei taiko e i canti tradizionali contadini).


Superati i brani Gimme Choco!! e Doki Doki Morning, che semplicemente danno una strumentazione metal a composizioni idol dal testo ricercatamente infantile e femminile, un pezzo curiosamente geniale nell'ambito di questo discorso è Onedari Daisakusen. In esso, le protagoniste del testo (le due ballerine/coriste) fanno una serie di moine infantili a una figura paterna (del tipo "atashi, papa no oyome-san ni narun'da!"), ma solo come “scena” per farsi fare regalini e farsi dare soldi, fino al violentissimo breakdown che è un diretto "Katte! Katte! Chōdai! Chōdai!" ("Compramelo! Compramelo! Dammi! Dammi!"). A voler essere cinici, non ci potrebbe essere più esplicita dichiarazione d'intenti del progetto, ma quelli come me ci cascano lo stesso.

Sulla stessa lunghezza d'onda c'è "4 no uta", anch'esso cantato dalle due ballerine, che, pur su una composizione decisamente inferiore rispetto al resto dell'album, presenta un testo che è forse il picco del tipo di giustapposizione umoristica cui mi sto riferendo. La canzone gioca su due cardini: da un lato, la ripetizione del numero quattro, che in Giappone è considerato numero sfortunato (a causa del fatto che la sua pronuncia on’yomi sia shi, omofona con 死 morte), in un modo simile a come molti gruppi metal amavano giocare col numero 666; dall'altro, la volontà di "ribaltare" la connotazione negativa del numero, associando le sue pronuncie a parole positive ("shiawase no shi", "yorokobi no yon"; letteralmente "quattro come felicità", è chiaro che in italiano non ha molto senso). Certamente sono giochi di parole cheesy e bambineschi, ma è proprio questo il punto! Hanno preso un trope tipico del metal, l'hanno adattato al Giappone, e l'hanno ribaltato in modo kawaii.


Degni di nota sono anche Akatsuki e Ijime Dame Zettai, anche se molto più tipici e lineari: il primo per la precisione assoluta con cui ricalca lo stile degli X Japan (tant'è che, dal vivo, Suzuka lo annuncia con un "Akatsuki da!" analogo allo storico "Kurenai da!" di Toshi), il secondo per l'essere un brano perfettamente power (anzi, uno dei migliori brani power che abbia sentito negli ultimi anni) con un testo bambinesco contro il bullismo.

Il secondo album, sebbene superiore al primo per qualità tecnica degli interpreti e della produzione, risulta per lo più meno interessante dal punto di vista del discorso metamusicale. Presenta molte canzoni improntate più al dare una "voce idol" a un certo stile "classico" che a giocare coi trope del genere come avevano fatto Gimme Choco! o l'incredibile potpourri musicale che è Iine!: Road of Resistence è semplicemente un pezzo dei Dragonforce (letteralmente: composto e registrato da Herman Li e Sam Totman), No Rain No Rainbow è semplicemente una perfetta ballata in stile X Japan (quelle armonie vocali! Quell'assolo deliziosamente neoclassico!), Tales of the Destinies e The One sono semplicemente brani che avrebbero potuto uscire dalla penna di John Petrucci e Jordan Rudess (con addirittura un accenno di poliritmia nella seconda strofa di The One), Karate è semplicemente un pezzo di metal djentoso con giusto qualche kakegoe da parte delle coriste. Ci sono però un paio di eccezioni degne di nota.


La prima è più importante è Sis. Anger, che in un arrangiamento perfettamente death metal presenta un testo di puro odio e violenza… ma come se fosse scritto e cantato da una scolaretta. È tutto un susseguirsi di "kirai da!" (ti odio!), "fuzaken'janee zo!" (i colloquialismi maschili come la assimilazione di "nai" in "nee" e la particella enfatica "zo" lo rendono traducibile con "Non prendermi per il culo!") ecc., il tutto su una ritmica e una strumentazione violentissime. Ed è semplicemente adorabile. Infine, ci sono Meta Taro (che ricalca lo stile e il linguaggio delle sigle tokusatsu, in particolare Ultraman, adattato però ad un “eroe del metal”) e From Dusk 'Til Dawn, che sembra rifarsi ai Vocaloid in un contesto ambient e arioso.

Insomma, anche se è e rimane chiaramente un progetto biecamente commerciale che fa leva sul culto vagamente sessista del kawaii (ehi, solo perché me ne rendo conto non significa che debba smettere di piacermi!), credo che presenti comunque molto di valido dal punto di vista musicale, soprattutto grazie a questa continua mescolanza di stili e a questo giocare sui trope sia del mondo metal che del mondo idol in maniera, appunto, metamusicale.

In conclusione, un rapido riassunto di tutti i generi musicali che vengono toccati o le cui influenze si possono distintamente riconoscere nei brani di questi due album: J-pop, power metal, progressive metal, djent, death metal, reggae, gangsta rap, techno, dubstep, power ballad in stile X Japan, kumidaiko, enka, Vocaloid. A prescindere da tutto il resto, trovo anche solo questo singolo fatto decisamente degno di nota e di rispetto.



[1] Peraltro, uno dei chitarristi è Leda Cygnus, ex bassista dei Galneryus e ex leader dei Deluhi, mica roba da poco!




16 mag 2018

[Recensione] A New Beginning


Ancora non sono molti i videogiochi che si avventurano nel parlare apertamente di temi sociopolitici d'attualità. Possono talvolta comparire come tematiche secondarie o come metafore, come il razzismo in Valkyria Chronicles, ma a parte Metal Gear Solid 2 non mi vengono in mente titoli in cui un certo tema d'attualità prenda un ruolo centrale nella trama o anche solo in parte di essa, come invece accade relativamente spesso in letteratura, cinema e teatro. A New Beginning, adventure game punta-e-clicca pubblicato nel 2011 dai piccoli Daedalic Entertainment e disponibile su Steam e GOG, tenta di fare esattamente questo con lo spinoso (quantomeno negli Stati Uniti, nel resto del mondo civilizzato abbiamo tutti quanti accettato l'importanza della questione) tema del cambiamento climatico.

Bent Svensson è un disilluso bioingeniere norvegese, pensionatosi a seguito di un brutto esaurimento nervoso, che ha dedicato tutta la vita alla ricerca di una nuova fonte di energia basata sulla fermentazione dei cianobatteri (qui chiamati alghe verdi-azzurre). Un giorno, riceve la visita di una ragazza, Fay, che si dichiara una viaggiatrice del tempo venuta dall'anno 2500 con una missione cruciale: impedire la catastrofe che ha causato un cambiamento climatico che ha reso la Terra del suo tempo quasi inabitabile, e nella quale gli ultimi superstiti della razza umana stanno per essere spazzati via da una tempesta solare che l'atmosfera non è più in grado di assorbire. L'unica speranza di salvezza è l'alga di Svensson.


Le cutscene si presentano come pagine di una graphic novel.
Screenshot da GOG.com

Se la trama vi sembra molto semplice e anzi un po' banale, è perchè lo è. Similmente, se semplificare la causa del cambiamento climatico ad un singolo evento catastrofico (invece che a un processo lungo, progressivo e globale), così come la sua soluzione a una singola invenzione salvifica (invece che a una catena collettiva e mondiale di sforzi e cambiamenti), vi sembra rendere il messaggio più infantile e meno credibile, è perché è così. Tuttavia, a difesa del gioco, i numerosi colpi di scena che si susseguono verso il finale mitigano notevolmente entrambi questi aspetti, e anzi permettono di portare a casa un messaggio certo non rivoluzionario, ma comunque relativamente effiacace.

Il risultato è una storia a tratti ingenua, ma sincera, e resa avvincente da protagonisti multisfaccettati a cui è facile affezionarsi, alcune scene d'impatto e alla narrazione asincrona degli eventi. Aggiungono alla resa emotiva anche una buona soundtrack (anch'essa acquistabile su Steam) e una sana dose di umorismo da adventure game. D'altro canto, la qualità abissale del doppiaggio inglese (soprattutto Fay! Ho scoperto troppo tardi che la lingua originale del doppiaggio è il tedesco, avrei dovuto giocarlo in lingua), di alcuni personaggi secondari (in primis i villain) e dei dialoghi certo non aiuta il gioco ad essere preso sul serio, e da lì a passare per preachy il passo è breve, quando certe battute e certe scenette sembrano messe su solo per far la predica.

Fra i puzzle figurano alcuni "mini-giochi" separati.
Ludicamente, è esattamente quello che ci si aspetterebbe dal genere: esplorazione, dialoghi, tanto trial-and-error, enigmi di qualità variabile (alcuni difficili ma sensati, altri abbastanza lineari, altri decisamente irragionevoli). Un adorabile "passo indietro" a quando il 2D e dei disegni ben fatti (gli sfondi sono splendidi!) valevano e funzionavano di più di un 3D mal fatto. Mi sento di notare e lodare la scelta di permettere al giocatore di evidenziare i "punti di interesse", ovvero gli elementi dell'ambiente con cui è possibile interagire: permette di eliminare quel fastidiosissimo pixel hunting che nei classici faceva perdere un sacco di tempo (la scena del treno in Broken Sword, ve la ricordate?), ma lascia che sia il giocatore a scegliere se avere o meno questo aiuto. Una tendenza fortunatamente abbastanza diffusa negli adventure game del XXI secolo.

In definitiva è un videogioco che posso definire senza dubbio coinvolgente, interessante e maturo nelle idee, ma a tratti ingenuo nell'esecuzione. Sia a livello narrativo quanto, ahimé, a livello tecnico, visti i tempi di caricamento atroci e gli occasionali bug (uno dei quali, in particolare, verso la fine, mi ha reso un enigma irrisolvibile costringendomi a ricaricare un salvataggio precedente; come in tutti gli adventure game in cui si può morire, salvate spesso, e su più slot diversi, ragazzi). Ma comunque meritevole di una giocata se la vostra fame di punta-e-clicca ogni tanto chiede qualcosa di più della solita rigiocata a Monkey Island 2 o a Syberia e anzi vorrebbe una storia un po' più "impegnata".