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24 nov 2018

[Recensione] Scappa - Get Out



Il debutto alla regia di Jordan Peele ha costituito una sorta di film-evento negli Stati Uniti del 2017, ovvero in un Paese e in un momento storico in cui la "questione razziale" è tornata ad essere di importanza centrale nel dibattito politico, fra il trumpismo e la police brutality da un lato e BlackLivesMatter e il movimento SJW dall'altro.

La trama del film segue Chris, un giovane fotografo (nero) che si trova a dover conoscere per la prima volta i ricchi genitori (bianchi) della fidanzata: una psicologa e un neurochirurgo. Questi sembrano accoglierlo con calore, anzi, sembrano sforzarsi persin troppo di apparire ai suoi occhi "liberali" e non razzisti, spesso esagerando e mettendolo in imbarazzo; ma presto la presenza e gli strani comportamenti dei due domestici della famiglia, un uomo e una donna di colore, gli faranno sospettare che ci sia qualcosa di sinistro sotto la superficie...

Cominciamo subito dal dire che, come horror\thriller semi-psicologico, è semplicemente magistrale: per la maggior parte del film, la tensione e la paura si accumulano traspirando dalle inquadrature (il primo incontro coi genitori!), dai dettagli della recitazione (Georgina! Rose!), dalla colonna sonora, dai dialoghi che puntano a creare un senso di imbarazzo e disagio. C'è persino qualche momento comico o quasi comico, in cui una risatina nervosa aiuta a scaricare un po' della tensione. Certo, il senso del colpo di scena che viene preparato letteralmente fin dall'inizio del film (se non i suoi dettagli) è ovvio già dopo dieci-quindici minuti, quindi la tensione nasce più dal sapere che il protagonista è in pericolo e dal mistero di cosa esattamente stia succedendo, che non da un vero senso di incertezza; ma la progressione da una fase di awkwardness, a una di paura creata interamente nella mente (l'idea dell'orrore, più che la vista dell'orrore), a un apex quasi d'azione è efficace e intensa. In particolare trovo lodevolissimo come il film sia riuscito a farmi percepire il senso di disagio che prova Chris in mezzo a tutti questi bianchi borghesi.

Ma non è certo per questo che il film è stato un evento: è per il suo strato di commentario politico-sociale. In particolare, per il modo in cui denuncia un razzismo raramente messo alle luci della ribalta: quello dei liberal. E da qui in avanti, ci saranno spoiler. GROSSI spoiler.


La famiglia Armitage è presentata come fatta da gente che fa dell'apertura mentale la propria bandiera. Fin troppo. La figlia che non vede il motivo di dire ai suoi che il suo ragazzo è nero; il padre che ripete ogni tre per due come avrebbe votato per Obama una terza volta se avesse potuto, che si vanta di quanto ritiene importante lo scambio fra culture, che si ostina a chiamare "fratello" il protagonista; il figlio che ne elogia il fisico e il "corredo genetico"; tutto il parentame che tira fuori nomi di celebrità di colore che adora o che fa battutine alla ragazza sullo stereotipo della dotazione fallica dei neri... questa fase è estremamente efficace, perché mostra quel tipo di over-compensazione antirazzista che fa il giro e torna di nuovo razzista, fatta più ad uso e consumo dei bianchi per sentirsi a posto con la coscienza piuttosto che per l'effettiva emancipazione degli afroamericani. Anche queste persone, che a parole si dicono così diverse dallo stereotipo del trumpiano medio, oggettificano e mercificano i neri a proprio uso e consumo (this just in: persino al 75% dei neri in America sta sulle balle il movimento PC).

Incidentalmente, Chris è una delle cinque persone rimaste al mondo a usare Windows Phone oltre a me, quindi istintivamente tifo per lui.
Ci sono anche due scene che fanno riferimento a quel tipo di "razzismo sistemico" che viene così tante volte citato, entrambe molto efficaci. La prima è quando, a seguito di un piccolo incidente, un poliziotto chiede i documenti anche a Chris nonostante lui fosse il passeggero. Ora, questa è, ovviamente, una procedura standard che non ha nulla di razzista: a tutti noi sarà capitato almeno una volta di essere fermati in macchina per un controllo di routine, e in quei casi è normale chiedere i documenti anche di tutti i passeggeri. Il poliziotto aveva oggettivamente ragione, e infatti Chris non si fa il minimo problema a consegnare i propri documenti; è la ragazza che protesta per questo fatto. Scopriremo più tardi che non l'ha fatto per combattere il (fin troppo frequente) razzismo iplicito dei poliziotti, ma per evitare che Chris lasciasse tracce quando lo avrebbe fatto sparire.

La seconda è quando Chris ha appena finito di scappare e di sterminare gli Armitage (sempre in legittima difesa, peraltro), e mentre è chino su una Rose morente, sentiamo arrivare una volante della polizia. Lei sorride maligna: sappiamo benissimo cosa sta per succedere. Un nero insanguinato chino su una ragazza bianca in mezzo a una serie di cadaveri? Tutti i testimoni degli orrori di quella casa sono morti, quasi tutte le prove sono state distrutte; nessuno crederà al ragazzo, che sarà fortunato se il poliziotto non gli sparerà addosso a vista o non lo soffocherà tenendogli le ginocchia sulla schiena. Già ci aspettiamo che diventi l'ennesimo ragazzo di colore disarmato freddato dalla polizia in barba a qualunque regola di ingaggio. Poi scopriamo che la volante è guidata da un suo amico e abbiamo l'happy ending, ma già solo la tensione del momento, il non-detto di quella scena messo in relazione ai fatti di cronaca recenti, è ESTREMAMENTE efficace.

Altri elementi, però, sono meno efficaci in quello che sembra essere il loro significato satirico inteso. Il fatto che Chris inizialmente sospetti non degli Armitage ma dei due domestici di colore, così come il fatto che Rod non venga creduto quando cerca di denunciare la sparizione di Chris anche se ad ascoltarlo sono tre poliziotti neri, non sembra una coincidenza: la scena crea "diffidenza" e sospetto fra personaggi di colore, come a voler evidenziare una ipotetica mancanza di "solidarietà di razza" o, ancora peggio, una sorta di "razzismo interiorizzato"; non sono certo che sia quella l'intenzione, ma se lo fosse, sarebbe un modo abbastanza ridicolo di trasmettere un messaggio ancora più ridicolo.

In entrambi i casi specifici, infatti, la situazione è tale per cui tale diffidenza sarebbe la reazione naturale: è ovvio che, trovandosi una persona in camera e il proprio telefono manipolato, si sospetti di quella persona, che sia bianca, nera, gialla o di etnia Lethan; è naturale che un poliziotto, sentendo un tizio concitato che parla di una cospirazione per ipnotizzare dei neri per farli diventare schiavi sessuali (questa la teoria iniziale di Rod), si metta a ridere, che le persone coinvolte siano bianche, nere, romulane o di stirpe Noldor. Affermare il contrario solo in nome di una fumosa "solidarietà di razza" sarebbe semplicemente demenziale.

C'è, infine, un personaggio in particolare. Jim Hudson, critico fotografico diventato ormai completamente cieco. Rappresenta un simbolo a mio avviso interessante: persino lui, che si dice "cieco alla razza" (letteralmente!), partecipa attivamente all'oppressione dei neri. Sarà lui a "vincere all'asta" Chris, diventando il destinatario del suo corpo. Ed è qui che il resto del commentario sociale del film cade a pezzi. Perché se le azioni di Jim Hudson sono, letteralmente, "racially blind", allora parlare di oppressione razzista del bianco sul nero diventa un po' forzato: è "solo" la solita, secolare, onnipresente, sistematica oppressione del ricco sul povero. A ulteriore dimostrazione di come cercare di attaccare il razzismo senza intaccare il sistema capitalista è come cercare di asciugare un fiume con uno scolapasta, ma tralasciamo.


Sì, la satira di questi bianchi apparentemente liberal che opprimono i neri letteralmente sostituendosi a loro, controllandoli, è molto intelligente, ed è un messaggio perfetto da mandare a quella branca della sinistra intersezionalista che si fa bella a parole con futili battaglie sociali di facciata che per nulla incidono su un'oppressione sistemica. Ma si ferma a quello: una satira, che cessa di essere funzionante e inizia ad essere pretenziosa nel momento in cui si scopre la natura del piano degli Armitage.

Se la macchina degli Armitage colpisce prevalentemente i neri per scelta o per considerazioni genetiche, allora il razzismo c'è, e l'antirazzismo di facciata di questi bianchi è solo quello: una facciata, una menzogna, una trappola, che manda a farsi benedire qualunque pretesa di critica a quello strato di liberal che, invece, sono sinceramente convinti di essere antirazzisti, e proprio non si rendono conto di star invece ancora ragionando secondo categorie di razza; pretendere di accostare il "razzismo soft" della retorica "avrei votato di nuovo Obama", o anche il solo trarre vantaggio da un sistema che opprime sistematicamente i neri,  al far parte di una setta che letteralmente acquista corpi di neri imprigionati con l'inganno a proprio uso e consumo è una forzatura che sta fra il demenziale e l'offensivo. Se, altrimenti, i ricchi che vogliono potersi comprare persino un nuovo corpo usano gli afroamericani per moda, perché più facili da far sparire, per invidia fisica o, nel caso di Hudson, per pura incidentalità, il quadro che emerge è quello di un'oppressione non di razza, ma di classe.

Incidentalmente, trovo molto ironico come, dei due principali personaggi di colore, uno sia uno stereotipo ambulante (per quanto divertentissimo e, lodevolmente, ben lontano dall'essere solo un comic relief) e l'altro (il protagonista interpretato meravigliosamente da Daniel Kaluuya), pur essendo ben caratterizzato, abbia il ruolo di "self-insert character" dell'intera classe media afroamericana. Classe media, ovviamente. Perché criticare un certo tipo di sinistra imborghesita non significa che non si possa anche esserne parte, nevvero mr. Peele?

In definitiva, insomma, è un horror\thriller psicologico eccellente, ma una satira un po' confusa... certamente coraggiosa, certamente unica nel clima hollywoodiano attuale, ma un po' traballante.



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