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23 lug 2017

[Rant] Su Chester Bennington e il suicidio dell'artista

Quindi, Chester Bennington dei Linkin Park è morto. Ve ne sarete accorti, dall'inesorabile torrente di post sui social e sui giornali online a riguardo. E come potrebbe essere altrimenti? Per coloro che sono nati fra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, i Linkin Park sono stati una delle voci dell'adolescenza. Tutti ci siamo passati, in un modo o nell'altro, anche chi poi li ha odiati, anche chi poi è passato ad altri generi. Persino noi Straight to Pain, un gruppo death metal maledizione, abbiamo sentito il bisogno di farci un post. Perché coi loro testi e la loro musica erano una perfetta incarnazione della ribellione adolescenziale, un perfetto sfogo delle sofferenze e delle frustrazioni per le quali obbligatoriamente, proprio per contratto, passa qualunque adolescente. Ironico come oggi tutti possano vedere come i testi e il cantato quasi scream di Chester fossero molto più di un elaborato "fuck you, dad", ma una sincera espressione di sofferenze emotive profonde. 

Ma il punto è che la sua morte, per suicidio peraltro, non è solo l'ennesima morte di un artista, pianta solo dai fan: è uno shock generazionale. Il primo, per molti. È il Jim Morrison o il Kurt Cobain dei millenial: la voce che ha rappresentato così tanto per così tanti, un punto di riferimento in positivo o in negativo per un'intera generazione, non c'è più. E si è tolta la vita. Perché quando cantava "these wounds they will not heal" e "I'm my own worst enemy, I'm giving up, [...] put me out of my fucking misery" diceva maledettamente sul serio.


Lo ammetto senza vergogna: ho pianto. E mi sono sorpreso, perché il mio rapporto coi Linkin Park è stato esattamente alla rovescia: da adolescente li snobbavo. La mia ribellione si esprimeva nel cercare di essere più maturo, più adulto; nello schifare tutto ciò che fosse rap, anzi, tutto ciò che non fosse rock puro o musica ricercata. Io ero quello che ascoltava i Blind Guardian e gli Iron Maiden perché i testi parlano di libri e di storia, mica le vostre cagatine da bimbetti che sanno solo urlare; quello che ascoltava gli Aerosmith e i Kiss perché la musica moderna fa schifo, una volta sì che c'era musica vera; quello che ascoltava Guccini perché la borghesia il proletariato lotta di classe cazzo (cit. Gaber).

È stato solo tornando ai Linkin Park da adulto, da musicista, dopo un'educazione universitaria, che li ho davvero apprezzati; che ho amato la loro ecletticità, la loro sperimentazione, il loro sincretismo, i loro testi così evidentemente sentiti e sinceri. Chester mi ha ispirato "intellettualmente", spingendomi a studiare di più il rasp melodico e a esplorare in modo diverso il mio registro alto (e facendomi molta invidia, maledetti tenori che hanno sempre le canzoni più divertenti da cantare, nessuno pensa mai a noi poveri baritoni). Ci credete che secondo me Minutes to Midnight e A Thousand Suns sono due spanne sopra Hybrid Theory? Giuro! Eppure, ho pianto. 

Perché? Certo, è vero che ho del coinvolgimento emotivo "di secondo grado": la mia ragazza lo adora, Chester la ha aiutata a superare un periodo difficile della sua vita (già per questo gli devo un debito di gratitudine inqualificabile), e la reazione di lei alla notizia è stata quella naturale e immaginabile. Ma non è stato solo per il ruolo che i LP hanno assunto nella nostra coppia. Indubbiamente, se tutto questo fosse successo due anni fa non starei scrivendo questo articolo, ma non è l'unico motivo.

Quando un artista si suicida, c'è sempre, nella mia mente almeno, un elemento di shock in più. La rottura delle illusioni che ci si era costruiti su di lui; la coscienza che sotto la "persona pubblica" che si è conosciuta finora ci fosse una sofferenza esistenziale così profonda; e, ovviamente, quella che io chiamo tragedia del perché: quella terribile sensazione di non sapere il motivo di un gesto tanto estremo, quella inutile ma inevitabile tendenza ad arrovellarsi il cervello per cercare cause, spiegazioni, colpe, incongruenze, ormai inutili ipotesi su come si sarebbe potuto evitare, perché eccome se si sarebbe potuto evitare, cazzo. La vita di Chester Bennington è stata tutt'altro che una passeggiata: violentato da giovanissimo, bullizzato, finito in mezzo al divorzio dei genitori, buttatosi in alcol e droghe (per ribellione? Per attenzione? Per sfuggire al dolore? E chi lo sa?), aveva trovato uno sfogo nella musica e, successivamente, una riabilitazione. Ma evidentemente, gli equilibri che si era costruito non sono bastati, o sono crollati, se neanche un matrimonio almeno pubblicamente felice, sei figli che adorava, la fama, i soldi, gli amici, l'adorazione del pubblico e il lavoro che amava sono bastati a tirarlo fuori dagli abissi della sua mente. 

E adesso così tanti dei suoi testi assumono un altro significato, nevvero?, a rileggerli col privilegio del senno di poi.  Sembrano tutti così veri, così profetici, così sentiti. Ci si chiede, inevitabilmente, se le recenti Heavy, One More Light, Nobody Can Save Me non fossero una richiesta d'aiuto, o la sua versione della suicide note; se quando si è calato fra le prime file di quel pubblico di cui, molti metri indietro, anche io e la mia ragazza eravamo parte, il suo non fosse un addio calcolato prima di un gesto già pianificato, o al contrario la ricerca di un ultimo appiglio. Domande tanto inutili e dietrologiche quanto emotivamente inevitabili. Domande che aggiungono dolore al dolore, alimentano la tragedia del perché, e arrivano a un'ultima, devastante ironia: colui che, esprimendo sé stesso, ha ispirato così tanti ragazzi e ragazze, in molti casi salvandoli dai loro demoni, dai loro dolori, dalle loro frustrazioni, dalle loro solitudini reali o percepite che fossero, non è riuscito a salvarsi dai propri. Come un luminare della cardiologia che muore d'infarto.


Bennington non è stato il primo né (temo) sarà l'ultimo della lunga serie di artisti morti suicidi relativamente giovani. Da Vincent van Gogh a Mishima Yukio, da Virginia Woolf a Ingo Schwichtenberg, da hide degli X-Japan a Chris Cornell. Viene da chiedersi se un certo grado di dolore e di difficoltà ad affrontare certe sfide della vita non siano il prezzo da pagare per fare della grande arte, ovvero se la stessa sensibilità che crea l'artista non lo esponga maggiormente all'usura delle sofferenze piccole e grandi, ordinarie e straordinarie, della vita; o se, al contrario, la capacità di creare arte emozionante non sia la compensazione che viene data a chi soffre di quelle terribili condizioni di depressione, spleen, o come vogliamo chiamarle. Ogni volta me lo chiedo. 

Ma in questo caso, mi rendo conto che rischio di trivializzare la depressione, la quale, checché ne dicano i vari novelli Freud del webbe, è una cosa molto seria, che non riguarda solo celebrità straricche e cantanti influenti, ma milioni di persone, e che, secondo uno studio dell'OMS, potrebbe diventare la seconda principale causa di morte per malattia nei paesi occidentali entro il 2020. È una battaglia costante con un demone che ha ormai conquistato il dominio nella tua testa, che non puoi scacciare ma solo eludere; che può tornare senza preavviso, intrappolarti nel suo territorio, e lì sconfiggere tutte le forze della tua razionalità, dell'amore, delle soddisfazioni; e con una sola vittoria, far spegnere un'altra luce.

Ma, come ha brillantemente scritto mio cognato, che è ben lontano dall'essere un fan dei Linkin Park, «gli artisti hanno questo di bello, di grande: che la loro arte sopravvive. E quello che ci resta è la parte migliore di loro, quello che ci hanno lasciato è quanto di meglio avevano da offrire.» Una consolazione non da poco per tutte quelle persone che avevano fatto un grosso investimento emotivo su di lui, e che ora si ritrovano un grosso buco nei bilanci dei loro sogni, desideri, ricordi e sostegni; una consolazione che, peraltro, rientra perfettamente in parole che lo stesso Bennington scrisse nel 2007:

«When my time comes, forget the wrongs that I've done
Help me leave behind some reasons to be missed
And don't resent me, and when you're feeling empty
Keep me in your memories, leave out all the rest
Leave out all the rest»


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